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Polirrítmico dinámico a Gradín, jugador de football

Il poeta futurista peruviano Juan Parra del Riego (1894-1925) dedicò questa poesia al primo idolo del calcio uruguagio, Isabelino Gradín, nipote di schiavi africani, il primo capocannoniere della prima Copa América, quella del 1916: a 19 anni fu il primo calciatore nero della storia di una nazionale in una competizione ufficiale.

Polirrítmico dinámico a Gradín, jugador de football
di Juan Parra del Riego

Palpitante y jubiloso
como el grito que se lanza de repente a un aviador,
todo así claro y nervioso,
yo te canto, ¡oh jugador maravilloso!
que hoy has puesto el pecho mío como un trémulo tambor.

Ágil,
fino,
alado,
eléctrico,
repentino,
delicado,
fulminante,
yo te vi en la tarde olímpica jugar.
Mi alma estaba oscura y torpe de un secreto sollozante,
pero cuando rasgó el pito emocionante
y te vi correr...saltar...

Y fue el ¡hurra! Y la explosión de camisetas,
tras el loco volatín de la pelota,
y las oes y las zetas
del primer fugaz encaje
de la aguja de colores de tu cuerpo en el paisaje,
otro nuevo corazón de proa ardiente,
cada vez menos despacio
se me puso a dar mil vueltas en el pecho de repente.

Y te vi, Gradín
bronce vivo de la múltiple actitud,
zigzagueante espadachín
del golkeeper cazador,
de ese pájaro violento
que le silba a la pelota por el viento
y se va, regresa y cruza con su eléctrico temblor.
¡Flecha, víbora, campana, banderola!
¡Gradín, bala azul y verde! ¡Gradín, globo que se va!
Billarista de esa súbita y vibrante carambola
que se rompe en las cabezas y se enfila más allá...

Y discóbolo volante,
pasas uno...
dos...
tres...cuatro...
siete jugadores...

La pelota hierve en ruido seco y sordo de metralla,
se revuelca una epilepsia de colores
y ya estás frente a la valla
con el pecho...el alma...el pie...
y es el tiro que en la tarde azul estalla
como un cálido balazo que se lleva la pelota hasta la red.
¡Palomares! ¡Palomares!
de los clásicos aplausos populares...
¡Gradín, trompo, émbolo, música, bisturí, tirabuzón!
(¡Yo vi tres mujeres de esas con caderas como altares
palpitar estremecidas de emoción!)
¡Gradín! róbale al relámpago de tu cuerpo incandescente,
que hoy me ha roto en mil cometas de una loca elevación,
otra azul velocidad para mi frente
y otra mecha de colores que me vuele el corazón

Tú que cuando vas llevando la pelota
nadie cree que así juegas:
todos creen que patinas,
y en tu baile vas haciendo líneas griegas
que te siguen dando vueltas con sus vagas serpentinas.

¡Pez acróbata que al ímpetu del ataque más violento
se escabulle, arquea, flota
no lo ve nadie un momento,
pero como un submarino sale allá con la pelota...!
Y es entonces cuando suena la tribuna como el mar:
todos grítanle: ¡Gradín! ¡Gradín! ¡Gradín!

Y en el ronco oleaje negro que se quiere desbordar,
saltan pechos, vuelan brazos y hasta el fin
todos se hacen los coheteros
de una salva luminosa de sombreros
que se van hasta la luna a gritarle allá:
¡Gradín! ¡Gradín! ¡Gradín!

In lode a Baggio

di Giovanni Raboni

Ah suonatori di piffero,
di tamburello, di viola
state un po' zitti se vola
con penne o piume di zeffiro

nella stravagante spola
da un piede all'altro, nel vivido
organizzarsi del brivido
fra la tomaia e la suola

sezionando come un raggio
(sì, laser più che persona)
l'area non più di rigore

a distrarci dall'orrore
che senza colpa impersona
l'imponderabile Baggio.

("Epoca" 1990) | Audio

Febbre a 90'


Nick Hornby
Fever Pitch. A Fan's Life

Chronicled from the perspective of a besotted ten-year-old Arsenal fan, through disillusioned adolescence, to an adult "who should know better", this book examines the absurdities, idiosyncrasies and traumas of everyday life and football. It won the William Hill Sports Book of the Year Award. Interweaving his personal and familial upheavals with the varied fortunes of Arsenal over two decades, Nick Hornby has produced an insight into what it is like to be a fan. Combining anecdote with a wider commentary on the state of the game, the book touches upon many issues, from pre-match entertainment to the availability of FA Cup tickets, hooliganism, the tragedies at Heysel and Hillsborough, non-League and school football, and Arsenal's reputation as a boring team.

A vent’anni dalla prima pubblicazione torna, con una nuova introduzione dell’autore, Febbre a 90’, uno dei libri più amati di Nick Hornby, l’avvincente racconto di come la passione per il football e l’amore per la squadra del cuore possano essere così intensi da cambiare in maniera radicale la vita di un uomo. Con tono ironico e affettuoso Hornby, tifoso dell’Arsenal fin da bambino, riporta in prima persona rituali, sogni, delusioni e rari momenti di estasi di un «ossessionato» del pallone. In questo diario calcistico sui generis gli incontri dei Gunners scandiscono infatti anche gli eventi più importanti della vita dell’autore; e così la cronaca diventa romanzo, una vera e propria «educazione sentimentale» del tifoso in cui, fra un gol e l’altro, sullo sfondo della Londra metropolitana, si affrontano tutti i nodi fondamentali e le difficoltà del diventare grandi, perché «la vita non è, e non è mai stata, una vittoria in casa per 2-O contro i primi in classifica con la pancia piena di patatine fritte».

1992 | AnteprimaGuanda 2012 | L'autore | Le annotazioni dell'autore

Goal

di Umberto Saba

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla - unita ebbrezza- par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
- l’altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch'io son parte.



Parte di Cinque poesie per il gioco del calcio apparse nella raccolta Parole (1933-1934)
Recitazione del Poeta (1954) | Saggio di Alberto Brambilla | Esegesi

Fanciulli allo stadio

di Umberto Saba

Galletto
è alla voce il fanciullo; estrosi amori
con quella, e crucci, acutamente incide.

Ai confini del campo una bandiera
sventola solitaria su un muretto.
Su quello alzati, nei riposi, a gara
cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l’immagine lieta; a un ricordo
si sposa - a sera - dei miei giorni imberbi.

Odiosi di tanto eran superbi
passavano là sotto i calciatori.
Tutto vedevano, e non quegli acerbi.

Parte di Cinque poesie per il gioco del calcio apparse nella raccolta Parole (1933-1934)
Recitazione del Poeta (1954) | Saggio di Alberto Brambilla | Esegesi

Tredicesima partita

di Umberto Saba

Sui gradini un manipolo sparuto
si riscaldava di se stesso.

                                       E quando
- smisurata raggiera - il sole spense
dietro una casa il suo barbaglio, il campo
schiarì il presentimento della notte.
Correvano su e giù le maglie rosse,
le maglie bianche, in una luce d’una
strana iridata trasparenza. Il vento
deviava il pallone, la Fortuna
si rimetteva agli occhi la benda.

Piaceva
essere così pochi intirizziti
uniti,
come ultimi uomini su un monte,
a guardare di là l’ultima gara.

Parte di Cinque poesie per il gioco del calcio apparse nella raccolta Parole (1933-1934)
Recitazione del Poeta (1954) | Saggio di Alberto Brambilla | Esegesi

Tre momenti

di Umberto Saba

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi
che all’altra parte vi rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia,
e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessun'offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida ch’eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste.



Parte di Cinque poesie per il gioco del calcio apparse nella raccolta Parole (1933-1934)
Recitazione del Poeta (1954) | Saggio di Alberto Brambilla | Esegesi

Squadra paesana

di Umberto Saba

Anch'io tra i molti vi saluto, rosso
alabardati,

sputati
dalla terra natia, da tutto un popolo
amati.

Trepido seguo il vostro gioco.
                                                 Ignari
esprimete con quello antiche cose
meravigliose
sopra il verde tappeto, all'aria, ai chiari
soli d'inverno.

Le angosce
che imbiancano i capelli all'improvviso,
sono da voi sì lontane! La gloria
vi dà un sorriso
fugace: il meglio onde disponga. Abbracci
corrono tra di voi, gesti giulivi.

Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V'ama
anche per questo il poeta, dagli altri
diversamente - ugualmente commosso.

Parte di Cinque poesie per il gioco del calcio apparse nella raccolta Parole (1933-1934)
Recitazione del Poeta (1954) | Saggio di Alberto Brambilla | Esegesi

Ai campioni del Torino

di Mario Luzi

Qui, a questa rupe nera, piegava
la manovra leggera delle ali,
i triangoli in fuga coniugati,
il guizzo breve, il fulmine leggiadro?

Mai la morte fu veramente morte
così, mai corse rapida all'essenza
come questa che vi abolisce, squadra
anche contro la morte, ancora squadra.

Niente c'è più, nè grazia trascorrente
nè scienza fine e rapida sull'erba,
niente che vi protegga e vi distingua
dal tutto grigio e vile in cui rientraste?

Niente, nè ritmo celere nè piano
che vi separi più dal moto oscuro,
tempo rubato al tempo non c'è più
che vi salvi dal tempo che v'invade?

Niente c'è più, niente c'è più, o un barbaglio?
niente, niente, non c'è più niente, piove
qui dove noi diciamo Rigamonti,
Castigliano, Maroso, Ballarin.

(1949)

La partita di calcio

di Alfonso Gatto

Boccaccio era il portiere,
il gran portiere giallo
della squadra del quartiere.
Stava all’erta come un gallo

sulla porta del campetto
alla periferia.
Diceva: "Qua sul petto,
ed ogni palla è mia".

Ma quel giorno, chi lo sa,
sbuca di qua sbuca di là
- Boccaccio attento! - pa pa
la palla è in rete. "Ma va,
ma va, Boccaccio, è uno".

Attento, di qua di là,
passa non passa, tira.
Boccaccio si rigira;
si tuffa - passerà?-
"Qui non passa nessuno",
ma la palla è nel sacco.

E son due. Lo smacco,
i fischi, e poi sotto...
"Salta a pugno, Boccaccio,
ma non la vedi dov’è,
salta, salta"... E son tre.

E quattro e cinque e sei.
- Boccaccio dove sei?-
E sette e otto e nove
e piove e piove e piove
con grandine e con tuoni.
Quattordici palloni
nella rete di Boccaccio
poveretto poveraccio,
bianco come uno straccio
col berretto da fantino
ubriaco senza vino.


Quanti fischi! e poi "cretino",
"pastafrolla", "posapiano",
"tappabuchi", "moscardino!"
Oh, quel povero Boccaccio
nella furia del baccano
si strappava i suoi capelli
e la folla dai cancelli
gli gridava: "Ancora, ancora".

Tutti tutti, ad uno ad uno
si strappò capelli e baffi
e poi schiaffi sopra schiaffi
si ridette per lezione.
Restò lì con la sua testa
tonda, liscia come palla.
"Oh, son quindici con questa
- gli gridò dietro la folla -
tappabuchi, pastafrolla
vai a guardia d’un portone!"

E difatti il buon Boccaccio
col berretto e col gallone,
mani pronte e spazzolone,
oggi è a guardia d’un portone
dove passano persone
che fermare egli non può,
dieci venti cento e più.

Esse est percipi

di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares

Vecchio frequentatore delle parti di Nuñez e dintorni, non mancai di notare che mancava dal suo posto di sempre il monumentale stadio del River. Costernato, consultai al riguardo il mio amico dottor Gervasio Montenegro, membro effettivo dell’Accademia Argentina delle Lettere. In lui trovai quella spinta capace di indirizzarmi. A quei tempi la sua penna compilava una sorta di Storia panoramica del giornalismo nazionale, opera altamente meritevole, nella quale si affannava la sua segretaria. La relativa documentazione lo aveva casualmente condotto a subodorare il busillis. Poco prima di addormentarsi completamente, mi mandò da un comune amico, Tulio Savastano, presidente del club Abasto Juniors, alla cui sede, situata nel Palazzo Amianto, di avenida Corrientes e Pasteur, mi recai. Il dirigente, nonostante il regime di doppia dieta a cui lo sottoponeva il suo medico e vicino dottor Narbondo, si mostrava ancora agile e scattante. Alquanto inorgoglito per l’ultimo trionfo della sua squadra contro la compagine canarina, si lasciò andare a confidarmi, tra un mate e l’altro, ghiotti particolari inerenti alla questione sul tappeto. Benché io mi ripetessi che Savastano era stato un tempo il mio compagno di ragazzate di Agüero angolo Humahuaca, l’importanza del suo incarico mi intimoriva e, per allentare la tensione, mi congratulai per lo svolgimento dell’azione dell’ultimo goal che, nonostante l’intervento di Zarlenga e Parodi, il centro mediano Renovales aveva realizzato, grazie allo storico passaggio di Musante.

Sensibile alla mia adesione all'undici di Abasto, il grand'uomo diede un ultimo tiro alla cannuccia esaurita del mate, dicendo filosoficamente, come chi sogna ad alta voce:
- E pensare che sono stato io ad inventare questi nomi.
- Vale a dire? – domandai gemendo – Musante non si chiama Musante? Renovales non è Renovales? Limardo non è il vero nome dell’idolo acclamato dalla tifoseria?
La risposta mi fiaccò nelle membra.
- Come? Lei crede ancora nella tifoseria e negli idoli? Ma dove ha vissuto, don Domecq?
In quella entrò un fattorino che sembrava un pompiere e mormorò che Ferrabás voleva parlare con lui.
- Ferrabás, il cronista dalla voce pastosa? – esclamai – L’animatore dei cordiali dopopranzo delle 13 e 15 del sapone Profumo? Questi miei occhi lo vedranno così com'è? Davvero si chiama Ferrabás?
- Che aspetti! - ordinò il signor Savastano.
- Che aspetti? Non sarebbe più prudente che io mi sacrifichi e me ne vada? – aggiunsi con sincera abnegazione.
- Neanche per idea – rispose Savastano –. Arturo, dica a Ferrabás che entri. Fa nulla…

Ferrabás entrò con naturalezza. Stavo per cedergli la mia poltrona, ma Arturo, il pompiere, mi dissuase con una di quelle occhiatine che sono come uno sbuffo di aria polare. La voce presidenziale sentenziò:
- Ferrabás, ho già parlato con De Filipo e Camargo. Nella prossima giornata l’Abasto perde, per due a uno. Il gioco sarà duro, ma non ricada, se lo ricordi bene, nel passaggio di Musante a Renovales, che la gente conosce a memoria. Io esigo immaginazione, immaginazione. Capito? Può andare.
Raccolsi le forze per azzardare la domanda:
- Devo dedurre che il risultato è scritto a tavolino?
Savastano, letteralmente, mi gettò nella polvere.
- Non c’è risultato, né formazioni, né partite. Gli stadi sono già demolendi che cadono a pezzi. Oggi tutto passa per la televisione e la radio. La falsa eccitazione dei commentatori, non le è mai venuto il sospetto che fosse tutto un imbroglio? L’ultima partita di calcio si è giocata qui nella capitale il 24 giugno del ’37. Da quel preciso momento, il calcio, proprio come tutta la vasta gamma degli sport, è un genere drammatico, a carico di un solo uomo in una cabina o di attori in maglietta davanti ad un cameraman.

- Signore, ma chi ha inventato tutto ciò? Riuscii a domandare.
- Nessuno lo sa. Tanto varrebbe cercare di scoprire a chi è venuta per primo l’idea della inaugurazione delle scuole o delle visite fastose di teste coronate. Sono cose che non esistono fuori degli studi di registrazione e delle redazioni. Si convinca, Domecq, la propaganda di massa è il marchio dei tempi moderni.
- E la conquista dello spazio? – gemetti.
- E’ un programma straniero, una coproduzione russo-americana. Un lodevole passo avanti, non neghiamocelo, dello spettacolo scientista.
- Presidente, lei mi mette paura – farfugliai, senza rispettare la via gerarchica -. Quindi al mondo… non succede nulla?
- Ben poco - rispose con la sua flemma inglese -. Ciò che non afferro è la sua paura. Il genere umano se ne sta in casa, spaparanzato, attento allo schermo o al commentatore, se non alla stampa scandalistica. Cosa vuole di più, Domecq? E’ il cammino gigantesco dei secoli, il ritmo del progresso che si impone.
- E se si rompe l’illusione? - dissi con un filo di voce.
- Ma cosa deve rompersi … - mi tranquillizzò.
- E se anche fosse, sarei una tomba – gli promisi -. Lo giuro per la mia passione personale, per la mia lealtà alla squadra, per lei, per Limardo, per Renovales.
- Dica quello che le pare, nessuno le crederebbe.

Squillò il telefono. Il presidente portò la cornetta all'orecchio, e con la mano libera mi indicò l’uscita.

Dalle Cronache di Bustos Domecq (1967) | Testo originale in spagnolo | Il volume