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Io son Totto, l'otto re di Roma

Roma, 11 settembre 2016


Al termine del primo tempo, la Roma è in svantaggio di un gol sulla Sampdoria, e sulla capitale si scatena Giove Pluvio. Qui la ricostruzione dell'intenso dibattere che, nel lunghissimo intervallo, vide affrontarsi Francesco Totti e Luciano Spalletti.





FT = Francesco Totti, capitaneo di Roma
LS = Luciano Spalletti, condottiero giallorosso
JP = Jacomo Pallotta, mercante delle Indie

(La pugna tra Romani e Doriani è giunta alla metà del tempo)

FT: Deh, segnor mio, fammi giuocar!
LS: V’è un tempo per la pugna e un tempo per la panca.
FT: Or tu forse non vedi li compagni miei moversi pel campo come liocorni zoppi? Li Dorian ne stan facendo strame. Ita a l’inferno è la speme di più vincer.
LS: I consigli, gli stratagemi, gli artifizi miei ignori, o Totto capitaneo.
FT: La disfatta progetti, Spalletto incantator!
LS: Tu se’ un venerabil vecchio, antico cavalliero giunto al fin delle battaglie: io ben t’escuso l’ardire del parlar.
FT: Io son Totto, l’otto re di Roma.
LS: L’ottavo…
FT: Sì, lottai e vinsi, con la mazza e con lo stocco; li inimici schiantai per ogni plaga, gloria ed onor ovunque conquistai. Lo popolo romano grida tutto dì lo nome mio a gran voce, e voce di popolo, ognun il sa, è voce di Domeniddio sempiterno signore che talenti mi diede sovrumani nell’arte della sfera.
LS: L’arte è longa, ma la vita è breve.
FT: Naingolano dunque preferisci?
LS: Egli è crudo, acerbo e insano: m’è utile alla mischia.
FT: E anco que’ duo felloni, anco lor mi stanno innanzi: li perfidi saracin, dico, El Sciaraui e Macometto Salah.
LS: I pagani non temono la morte, né ferute o sfibramento di garretti.
FT: Sciogli il laccio, orsù! Rendimi al terren di giuoco: pace non ho, né triegua.
LS: Le giovenili membra or m’abbisognan, non l’inclita virtù perduta dell’anzian campione.
FT: Ah, avversi fati!
LS: Al bando sei, Totto, e non te ne rencresca.
FT: O che qui morto ho da restare, o ch’io in campo ho da tornar.
LS: Omo sii: cessa il lamentevol pianto.
FT: Sciagure incombono su di noi, il cielo annera, l’ira divina tempesta scatena sull’orgoglio tuo. Vedi i tuoni, odi le saette!
LS: Negromanzie! Superstizion! Sinestesie!
FT: Sdegno celeste invero il chiamo…
LS: Ah! Ma chi vedo di laggiù? Pallotta lo mercante, procacciator de la pecunia nostra.
JP: Spalletto, che fai? Totto fuori? E che mai? Totto la gente ama e idolatra, di lui compra l’armatura col numero X. Io voglio bisìni, merciandare, io non tengo fruttistendo, conto moneta, non posso campar coi frutti. Se perdiamo colpa darem a Totto, se vinciam è grande il gruppo, tu il primo. Deh, non tardar più oltre.
LS: Ah, il maledetto fiorino…
FT: All’armi! Vittoria!
LS: Cedo al vil danaro. Teco sia però lo Slavo Geko: e che Iddio ci guardi.

Mirko Volpi
Il campionato furiosoper "Il Foglio", 13 settembre 2016
Riprodotto su autorizzazione dell'autore

La gran ruina per l'esercito rossonegro

Milano, 2 ottobre 2016.

Il Milan sta rovinosamente soccombendo di fronte alle folate dei giocatori venuti da Sassuolo. Conversazione tra Vincenzio Montella, condottiero rossonegro, Riccardo Montolivo, capitaneo rossonegro, Silvio de’ Berlusconi, lo Cavalliere per antonomasia, Li Yonghong, mercante del Catai.




VM = Vincenzio Montella, condottiero rossonegro
RM = Riccardo Montolivo, capitaneo rossonegro
SB = Silvio de’ Berlusconi, lo Cavalliere per antonomasia
LY = Li Yonghong, mercante del Catai

VM: Soccombe l’esercito rossonegro.
RM: Oh la gran ruina che ci attende!
VM: Riccardo capitaneo, orsù, raccendi l’animo de li compagni tuoi.
RM: A che far? Stendon le nubi un tenebroso velo, che né sole apparir lascia né stella.
VM: Ahinoi… Deh, ma chi vedo? Lo Cavalliero Berlusconi! E seco lui un mercante del Catai…
SB: Vincenzio, forse che giunsi alla mia verde età per veder tal spettacolo pedatorio?
LY: Forse che io venni di Catai a scialacquar quattrini?
SB: Forse che io, messer mercante, vidi già tutti quanti li danari promessi?
LY: Forse che i dignitari del Catai corbellerie soglion narrar?
SB: Forse che… ma qui l’avversario ci martìra e noi ci perdiamo in vane fole!
LY: Capitalizzar vorre’ io!
VM: E io vincer!
RM: E io giuocar!
SB: Consentami, Vincenzio, ma inevitabil fia lo schieramento stravolger quanto prima.
VM: Oh duca, io infatti stimai per aventura…
RM: La buona ventura sol di Giacomo è nel nome: tutto è perduto, anche l’impresa sua.
VM: Oh capitaneo, convienmi dal campo tôrti.
RM: Nol far!
VM: Manuello Locatello sarà della partita.
RM: Ah, le giovinette membra al massacro destinate!
VM: Più desiderabile saria un felino arruncigliato all’istrumento di generazione che udirti favellar in codesta guisa.
RM: Gemo.
VM: Paladini rossonegri, qui si parrà la vostra nobiltate!
RM: Eccomi della tenzon al margine.
VM: Deh, saracin Niango, avanza. E tu, Donnarumma, all’assalto! Gabrio Paletta guidi la difesa e l’indio Bacca sia servito: vibrino le fiere spade nell’aspra battaglia.
RM: Vanità!
SB: Tu perdesti il sole nella tasca, che infiniti addusse gaudii a li sodali miei.
RM: Onusto d’anni e di ferute, nel padiglion m’assido a risguardar del giovene Locatello le gesta. Vecchiezza vien dietro a gran giornate e la gloria sen fugge tuttavia. Ah, ma forse di me ancor i compagni necessità hanno…
SB: Riccardo?
RM: Sì?
SB: La partita è finita.

Mirko Volpi
Il campionato furioso, per "Il Foglio", 4 ottobre 2016
Riprodotto su autorizzazione dell'autore

Il rigore più lungo del mondo

di Osvaldo Soriano

Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Río Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di domenica non c’era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia delle dune e il polline delle fattorie.



I giocatori erano sempre gli stessi, o i fratelli degli stessi. Quando avevo quindici anni, loro ne avevano trenta e a me sembravano vecchissimi. Díaz, il portiere, ne aveva quasi quaranta e i capelli bianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio arcuano. Alla coppa partecipavano sedici squadre e l’Estrella Polar finiva sempre dopo il decimo posto. Credo che nel 1957 si fossero piazzati al tredicesimo e tornavano a casa cantando, con la maglia rossa ben ripiegata nella borsa perché era l’unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a vincere per uno a zero con l’Escudo Chileno, un’altra squadra miseranda.

Nessuno ci badò. Invece, un mese dopo, quando avevano vinto quattro partite di seguito ed erano in testa al torneo, nei dodici paesi di Valle si cominciò a parlare di loro.

Le vittorie erano state tutte per un solo goal, ma bastavano a far rimanere il Deportivo Belgrano, l’eterno campione, la squadra di Padìn, di Constante Gauna e di Tata Cardiles, al secondo posto, con un punto di distacco. Si parlava dell’Estrella Polar a scuola, sull’autobus, in piazza, ma nessuno immaginava ancora che alla fine dell’autunno avrebbero avuto ventidue punti contro i ventuno dei nostri.

I campi si riempivano per vederli finalmente perdere. Erano lenti come somari e pesanti come armadi ma marcavano a uomo e gridavano come maiali quando non avevano la palla. L’allenatore, uno vestito di nero, con baffetti sottili, un neo sulla fronte e mozzicone spento tra le labbra, correva lungo la linea laterale e li incitava con una verga di vimini quando gli passavano vicino. Il pubblico ci si divertiva e noi, che giocavamo di sabato perché eravamo più piccoli, non riuscivamo a spiegarci come potessero vincere se giocavano così male. Davano e ricevevano colpi con tale lealtà e con tale entusiasmo che dovevano appoggiarsi gli uni agli altri per uscire dal campo mentre la gente li applaudiva per l’uno a zero e porgeva loro bottiglie di vino rinfrescate sotto la terra umida. La sera facevano festa nel postribolo di Santa Ana e la Gorda Zulema si lamentava perché mangiavano le poche cose che conservava nella ghiacciaia.

Erano diventati l’attrazione del paese e a loro tutto era consentito. I vecchi li raccoglievano nei bar quando bevevano troppo e cominciavano ad attaccar briga; i commercianti li omaggiavano di qualche giocattolo e di caramelle per i bambini e al cinema le ragazze accettavano carezze al di sopra delle ginocchia. Fuori dal paese, nessuno li prendeva sul serio, neppure quando avevano vinto con l’Atletico San Martìn per due a uno. Nel pieno dell’euforia furono sconfitti come tutti quanti a Barda del Medio e sul finire dell’andata persero il primo posto quando il Deportivo Belgrano li sistemò con sette goal. Tutti credemmo, allora, che la normalità fosse stata ristabilita. Ma la domenica dopo vinsero per uno a zero e continuarono nella loro litania di laboriose, orrende vittorie e arrivarono alla primavera con un solo punto in meno rispetto al campione.

L’ultimo scontro divenne storico a causa del rigore.

Lo stadio era tutto esaurito e lo erano anche i tetti delle case vicine e il paese intero aspettava che il Deportivo Belgrano, giocando in casa, replicasse almeno i sette goal dell’andata. Il giorno era fresco e assolato e le mele cominciavano a colorirsi sugli alberi. L’Estrella Polar aveva portato oltre cinquecento tifosi che presero d’assalto la tribuna e i pompieri dovettero tirar fuori gli idranti per farli stare calmi.

L’arbitro che fischiò il rigore era Herminio Silva, un epilettico che vendeva biglietti della lotteria nel circolo locale e tutti quanti capirono che si stava giocando il lavoro quando al quarantesimo del secondo tempo si era ancora sull’uno a uno e non aveva fischiato la massima punizione, anche se quelli del Deportivo Belgrano entravano a tuffo nell’area dell’Estrella Polar e facevano capriole e salti mortali per impressionarli. Sul pareggio la squadra locale era campione e Herminio Silva voleva conservare il rispetto di sé e non concedeva il rigore perché non c’era fallo.

Ma al quarantaduesimo rimanemmo tutti a bocca aperta quando la mezz’ala sinistra dell’Estrella Polar infilò una punizione da molto lontano e portò la squadra ospite sul due a uno. Allora sì che Herminio Silva pensò al suo lavoro e allungò la partita fino a quando Padìn entrò in area e appena gli si avvicinò un difensore fischiò.

Fece uscire dal fischietto un suono stridulo, imponente e indicò il punto del rigore. All’epoca, il luogo dell’esecuzione non era indicato con il dischetto bianco e bisognava contare dodici passi da uomo. Herminio Silva non riuscì nemmeno a raccogliere il pallone perché l’ala destra dell’Estrella Polar, Rivero, detto el Colo, lo stese con un pugno sul naso. La rissa fu così lunga che scese la sera e non ci fu modo di sgomberare il campo né di risvegliare Herminio Silva. Il Commissario, con una lanterna accesa, sospese la partita e diede ordine di sparare in aria. Quella sera il comando militare decretò lo stato di emergenza, o qualcosa del genere, e fece preparare un treno per allontanare dal paese tutti quelli che non sembravano del posto. Secondo il tribunale della Lega, che venne riunito il martedì seguente, si dovevano giocare ancora venti secondi a partire dall’esecuzione del calcio di rigore, e quel match privato tra Constante Gauna, il cannoniere, e el Gato Dìaz in porta, avrebbe avuto luogo la domenica dopo, sullo stesso campo, a cancelli chiusi. Così quel rigore durò una settimana ed è, se nessuno mi dimostra il contrario, il più lungo della storia.

Mercoledì marinammo la scuola e andammo nel paese vicino a curiosare. Il circolo era chiuso e tutti gli uomini si erano riuniti sul campo, tra le dune. Avevano formato una lunga fila per battere i rigori contro el Gato Dìaz e l’allenatore con il vestito nero e il neo sulla fronte cercava di spiegare loro che quello non era il modo migliore di mettere alla prova il portiere. Alla fine, tutti tirarono il loro rigore e el Gato ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte e scarpe da passeggio. Un soldato bassino, taciturno, che stava in fila, sparò un tiro con la punta dell’anfibio militare che quasi sradica la rete. Sul far della sera tornarono in paese, aprirono il circolo e si misero a giocare a carte.

Dìaz rimase tuta la sera senza parlare, gettando all’indietro i capelli bianchi e duri finché dopo mangiato s’infilò lo stuzzicadenti in bocca e disse: – Constante li tira a destra.
- Sempre, – disse il presidente della squadra.
- Ma lui sa che io so.
- Allora siamo fottuti.
- Sì, ma io so che lui sa, – disse el Gato.
- Allora buttati subito a sinistra, – disse uno di quelli che erano seduti a tavola.
- No. Lui sa che io so che lui sa, – disse el Gato Dìaz e si alzò per andare a dormire.
- El Gato è sempre più strano, – disse il presidente della squadra nel vederlo uscire pensieroso,
camminando piano.
Martedì non andò all’allenamento e nemmeno mercoledì. Giovedì, quando lo trovarono che
camminava sui binari del treno, parlava da solo e lo seguiva un cane dalla coda mozzata.
- Lo pari? – gli domandò, ansioso, il garzone del ciclista.
- Non lo so. Che cosa cambia, per me? – domandò.
- Che ci consacriamo tutti, Gato. Glielo diamo nel culo a quelle checche del Belgrano.
- Io mi consacro quando la rubia Ferriera mi dirà che mi vuole bene, - disse e fischiò al cane per tornarsene a casa.

Venerdì la Rubia Ferreira badava come sempre alla merceria quando il sindaco entrò con un mazzo di fiori e con un sorriso largo quanto un’anguria aperta.
- Questi te li manda el Gato Dìaz e fino a giovedì tu devi dire che è il tuo fidanzato.
- Poveretto, – disse la donna con una smorfia e nemmeno li guardò, quei fiori che erano arrivati da Neuquén con l’autobus delle dieci e mezza.

La sera andarono al cinema insieme. Nell’intervallo, el Gato uscì nell’atrio per fumare e la rubia Ferreira rimase sola nella penombra, con la borsa sulla gonna, a leggere cento volte il programma senza alzare lo sguardo.

Sabato pomeriggio el Gato Dìaz chiese in prestito due biciclette e andarono a fare una passeggiata sulla riva del fiume. Mentre iniziava il pomeriggio cercò di baciarla ma lei girò la faccia e disse che forse gliel’avrebbe permesso domenica sera, se parava il rigore, al ballo.
- E io come faccio a saperlo? – disse lui.
- A sapere cosa?
- Se mi devo buttare da quella parte.
La rubia Ferreira lo prese per mano e lo portò fino al posto in cui avevano lasciato le biciclette.
- In questa vita non si sa mai chi inganna e chi è ingannato, -disse lei.
- E se non lo paro? – domando el Gato.
- Allora vuol dire che non mi vuoi bene, -rispose la Rubia, e tornarono in paese.

La domenica del rigore partirono dal circolo venti camion carichi di gente, ma la polizia li bloccò all’ingresso del paese e dovettero fermarsi accanto alla strada, ad aspettare sotto il sole. A quei tempi e in quel posto non c’erano né televisori né stazioni radio né qualche altro mezzo per seguire cosa succedeva su un campo chiuso, così quelli dell’Estrella Polar predisposero una specie di staffetta tra lo stadio e la strada.

Il garzone del ciclista salì su un tetto da dove si vedeva la porta di Gato Dìaz e da lì avrebbe raccontato quello che vedeva a un altro ragazzo che stava sul marciapiede e che a sua volta lo avrebbe riferito a un altro che stava a venti metri e così via finché ogni particolare sarebbe arrivato al punto in cui aspettavano i tifosi dell’Estrella Polar.

Alle tre del pomeriggio le due squadre scesero in campo vestite come se dovessero giocare una vera partita. Herminio Silva aveva la divisa nera, scolorita ma in ordine quando tutti furono schierati a centrocampo andò dritto verso el Colo Rivero che gli aveva dato il pugno la domenica prima e lo espulse. Non era ancora stato inventato il cartellino rosso e Herminio indicava la bocca del tunnel con mano ferma da cui pendeva il fischietto. Alla fine, la polizia portò via a spintoni el Colo che sarebbe voluto rimanere a vedere il rigore.

Allora l’arbitro andò fino alla porta con la palla stretta contro un fianco, contò dodici passi e la sistemò a terra. El Gato Dìaz si era pettinato con la brillantina e la testa gli risplendeva come una pentola di alluminio.

Noi lo osservavamo appoggiati contro il muretto che circondava il campo, proprio dietro la porta, e quando si dispose sulla riga di calce e prese a strofinarsi le mani nude cominciammo a scommettere su quale lato avrebbe scelto Constante Gauna.

Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano quell’istante perché erano dieci anni che il Deportivo Belgrano non perdeva una coppa né un campionato. Anche i poliziotti volevano sapere, e così lasciarono che la catena di staffette si dislocasse lungo tre chilometri e le notizie correvano di bocca ritmate dalle contrazioni del fiatone.

Alle tre e mezza, quando Herminio Silva ebbe ottenuto che i dirigenti delle due squadre, gli allenatori e le forze vive del popolo abbandonassero il campo, Constante Gauna si avvicinò per sistemare la palla. Era magro e muscoloso e aveva le sopracciglia tanto folte che la faccia ne sembrava tagliata in due. Aveva tirato tante volte quel rigore – raccontò poi – che lo avrebbe rifatto in ogni momento della sua vita, sveglio o addormentato.

Alle quattro meno un quarto, Herminio Silva si dispose a metà strada tra la porta e il pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole gli aveva martellato sulla nuca che quando il pallone partì in direzione della porta sentì gli occhi rovesciarglisi all’indietro e cadde di spalle schiumando dalla bocca. Dìaz fece un passo in avanti e si buttò sulla destra. Il pallone partì roteando su se stesso verso il centro della porta e Constante Gauna indovinò subito che le gambe del Gato Dìaz sarebbero riuscite a deviarlo di lato. El Gato pensò al ballo della sera, alla gloria tardiva, al fatto che qualcuno sarebbe dovuto accorrere per mettere in corner il pallone che era rimasto a rotolare in area.

El petiso Mirabelli arrivò per primo e la mise fuori, contro la rete metallica, ma Herminio Silva non poteva vederlo perché stava a terra, si rotolava in preda a un attacco di epilessia. Quando tutta l’Estrella Polar si rovesciò sopra al Gato Dìaz per festeggiare, il guardalinee corse verso Herminio Silva con la bandierina alzata e dal muretto su cui eravamo seduti lo sentimmo gridare : “Non vale! Non vale!”

La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa. La respinta del Gato e lo svenimento dell’arbitro. A quel punto sulla strada tutti aprirono damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene il “non vale” continuasse ad arrivare balbettato dai messaggeri con una smorfia attonita.

Fino a quando Herminio Silva non si fu rimesso in piedi, sconvolto dall’attacco, non arrivò la risposta definitiva. Come prima cosa volle sapere “che è successo” e quando glielo raccontarono scosse la testa e disse che bisognava tirare di nuovo perché lui non era stato presente e il regolamento prescrive che la partita non si possa giocare con un arbitro svenuto. Allora el Gato Dìaz allontanò quelli che volevano pestare il venditore di biglietti della lotteria al Deportivo Belgrano e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e una promessa e andò di nuovo a mettersi in porta.

Constante Gauna non doveva avere molta fiducia in se stesso perché propose a Padìn di tirare e solo dopo andò vero la palla mentre il guardalinee aiutava Herminio a stare in piedi. Fuori si sentivano strombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i giocatori dell’Estrella Polar cominciarono a ritirarsi dal campo circondati dalla polizia.

Il tiro arrivò a sinistra e el Gato Dìaz si buttò nella stessa direzione con un’eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più. Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e cominciò a piangere. Noi saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Dìaz, il vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria.

Due anni dopo, quando el Gato era ormai un rudere e io ero un giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della rubia ma della sorella del Colo Rivero, india e vecchia come lui.

Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perché era molto rigido e portava il peso della gloria. Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato.

Bene, ragazzo – mi disse. – Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal a Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà.

Il testo è liberamente disponibile in rete qui | Tratto da Osvaldo Soriano, Fùtbol. Storie di calcio, Torino, Einaudi, 1998
Vedi anche Carlo Grande, La vera storia del rigore più lungo del mondo, "La Stampa", 8/1/2010

‘A Stukas, crossa ‘sta palla!

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Nato a Bologna, ma cresciuto calcisticamente in Friuli, la tradizionale fucina del calcio italiano. Il fisico asciutto e nervoso facevano di Pasolini un’ala naturale dallo scatto bruciante, tanto da meritarsi il soprannome di “Stukas” proprio per la sua velocità, ma amava molto svariare nelle altre zone del campo e trasformarsi in autentico regista della squadra. Questa sua caratteristica lo rendeva difficilmente marcabile dai terzini dell’epoca, abituati alla marcatura a uomo.

Trasferitosi a Roma, nella capitale visse le sua annate migliori, formando con Alberto Moravia una delle coppie più amate dal pubblico dell’Olimpico. Stadio che peraltro lui non amava perché troppo borghese, tanto è vero che appena poteva se ne andava a giocare sui campetti spelacchiati delle borgate romane. Solo lì in mezzo alle baracche riusciva a trovare ancora quello che per tutta la vita ha rimpianto come il calcio vero, quello di strada. Si sentiva a suo agio con quelli che chiamava “ragazzi di vita”, a molti dei quali si affezionava e che spesso poi aiutava a inserirsi nel giro del grande calcio.

Amava stupire il pubblico e la critica in campo e fuori. In un’intervista arrivò a dire: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Giocatore raffinato, ma dal carattere ombroso, fu spesso al centro delle polemiche per le sue dichiarazioni “fuori dal coro” contro il potere calcistico. Nel 1975, al termine di una delle sue frequenti trasferte notturne in periferia, trovò la morte in circostanze tragiche e mai del tutto chiarite.
(2013)

Marái e le braci del centrocampo

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Un centrocampista elegante, dotato di una tecnica sopraffina, che giocava a testa alta e sapeva come impostare la manovra. Sándor Marái era il mediano della Honved e della Aranycsapat, la “Squadra d’Oro” degli anni Cinquanta, vale a dire la grande Ungheria dei Puskas, dei Bozsik, dei Czibor e dei Kocsis. Insomma faceva parte di quell'incredibile generazione di campioni che ha incantato il mondo prima di emigrare e trovare fama e fortuna in Occidente. Anche Marai lasciò l’Ungheria per giocare prima in Svizzera e poi nel campionato italiano con la maglia azzurra del Napoli, ma, per imperscrutabili motivi, nonostante le sue indubbie qualità, non raccolse la stessa fortuna dei suoi compagni. E di lui si persero le tracce.

In realtà da allora Marai, amareggiato e disorientato, condusse un’esistenza che fu solo un lungo esilio, vivendo sempre in condizioni precarie. A un certo punto, lui che aveva calcato da protagonista i campi più prestigiosi della vecchia Europa, finì per approdare a San Diego in California per giocare nel “soccer” americano. Lì visse per lunghi anni come un pesce fuor d’acqua. Aveva un che di patetico vederlo scendere in campo con quell'aria perennemente malinconica stampata in volto e sciorinare il suo raffinato repertorio tecnico, del tutto incomprensibile per i suoi mediocri compagni di squadra, davanti a un pubblico distratto di surfisti in costume da bagno. Poi quando il grottesco superò il limite, Marai diede il triplice fischio di chiusura e uscì di scena. Per sempre.
(2013)

Quel talento di Mister Bagnoli

di Massimo Raffaeli

Troppo facile dire che nel calcio di oggi uno come Osvaldo Bagnoli sembrerebbe un extraterrestre, troppo facile spendere tutti gli aggettivi dell’etica a proposito di uno come lui. Tuttavia è così, nell’odierno football professionistico uno come Osvaldo Bagnoli rimane l’eccezione che conferma la regola, tuttora vigente e anzi dilagante, sia dell’opportunismo sia di una disinvoltura morale e professionale talora molto prossima alla repellenza. Se nel calcio esiste uno Special One, sul serio non può essere che uno come lui, pure se il termine gli farà spavento. I giornali hanno già scritto come il 6 febbraio di vent’anni fa, appena esonerato dall’Inter dopo un rocambolesco rovescio interno con la Lazio, Bagnoli disse basta e non mise più piede in un campo da calcio. Eppure aveva solo cinquantotto anni, eppure era stato l’ultimo allenatore a vincere lo scudetto con una provinciale, il magnifico Hellas Verona del 1985, battendo un record che da allora nessuno ha saputo eguagliare.

Ma Bagnoli resta un uomo laconico, renitente ai proclami non per alterigia ma per un senso innato della misura, quasi per un istinto di normalità che per lui è evidentemente inderogabile. Nato a Milano nel 1935, quartiere della Bovisa, in via Candiani dalle parti delle Ferrovie Nord, di famiglia operaia, aveva esordito nel Milan da ala destra vincendo il campionato 1956-‘57, poche partite prima di tornare fra i rincalzi lasciando il posto a un asso quale Tito Cucchiaroni: non era stato un grande calciatore, solo un buon professionista, generoso e affidabile, presto riciclato all'indietro da mediano o battitore libero, flottando fra la A e la B fino al 1973, per chiudere col Verbania dopo avere indossato le maglie di Verona, Udinese, Catanzaro e Spal. Solo i calciatori modesti diventano grandi allenatori, perché del gioco conoscono i difetti in prima persona e, viceversa, individuano d’acchito il talento che non hanno mai avuto: rispetto del lavoro, umiltà, pragmatismo sono infatti, e da subito, i suoi tratti elettivi in un profilo ben riconoscibile. In panchina sta seduto, stringe gli occhi e la fronte gli si increspa di rughe profonde (Gianni Brera, che per lui stravede, lo chiama «Schopenauer»), ha il naso aquilino, soffre di sinusite cronica e porta la casquette degli operai pure quando c’è il sole.

Il primo incarico è a Verbania, dove ha appena smesso di giocare, seguono la Solbiatese, il Como, il Rimini e il Fano in un crescendo di risultati che sempre corrispondono a delle promozioni e dunque, virtualmente, a altrettanti scudetti. Il pubblico all’inizio non si entusiasma ma prende comunque ad amare quell’uomo piccolo e magro, dal profilo schietto e tagliente, un individuo che non ride volentieri e preferisce, quando può, esprimersi in dialetto. Fano è il vestibolo del grande calcio, nella stagione ’78-’79, e lì Bagnoli è già Bagnoli: il poeta fanese Marco Ferri, per esempio, senza avere ricordi specifici ha memoria di un uomo «stimatissimo sia come allenatore sia come persona», chi scrive lo rammenta camminare silenzioso per i vicoli del centro storico, una figura schiva e quasi inapparente. Dopo Fano, due ottimi campionati al Cesena e quindi Verona, dove resta un decennio, dal 1981 al ’90. Gli affidano una squadra di seconda fila, quasi un bricolage di esordienti e calciatori altrove rifiutati, ma lui costruisce uno squadrone.

Nella stagione dello scudetto, il portiere è Garella, non un prodigio di eleganza ma imperioso nelle uscite; poi i terzini Volpati e Marangon (quest’ultimo un mancino incostante ma estroso) e al centro Fontolan con un libero di nitido stile, Tricella; in mezzo al campo, insieme col tedesco Briegel, massiccio e deterrente, è piazzato davanti alla difesa, con funzioni di centromediano metodista, Antonio Di Gennaro, uno dei giocatori più classici e più regolarmente sottovalutati di quegli anni; da tuoni e fulmini è senz’altro l’attacco dove sulla destra agisce Pietro Fanna, un tornante infaticabile ma capace di rifinire e concludere, al centro Giuseppe Galderisi detto Nanu (quasi un Paolo Rossi in sedicesimo) e vicino a lui una forza della natura, l’uomo del contropiede e delle conclusioni più squassanti, l’ineffabile bon vivant Preben Elkjaer Larsen. Quando il Verona vince il campionato, la grande stampa, legata alla tiratura e perciò al tifo maggioritario, finge di lodare Bagnoli ma in realtà lo bolla di passatista e di catenacciaro, titolo da sempre nefando per l’italica demagogia. Solo Brera gongola e scolpisce su Repubblica il ritratto di un «tecnico di piglio schietto e talora burbero, mai insensato o cattivo» aggiungendo, neanche a dirlo, che si tratta di un «pragmatico di caratteristica indole lombarda».

In realtà, il Verona fa girare la palla a centrocampo e aspetta l’occasione per il contropiede però in difesa alterna la zona alla classica marcatura a uomo. Bagnoli è tutto meno che un dottrinario, se la stessa estate dello scudetto, intervistato da Gianni Mura al mare di Cesenatico (L’Osvaldo in riva al mare, ora nella ricca antologia muriana Non gioco più, me ne vado, Il Saggiatore 2013), gli confessa: «Io non mi innamoro di un modulo così per innamorarmi, faccio giocare la squadra in base alle caratteristiche dei giocatori. (…) Una squadra è fatta di equilibrio. Adesso devo solo parlare molto più di prima per spiegare com’è e come non è, la rava e la fava». L’exploit naturalmente è irripetibile e Bagnoli, che non ha mai promesso nulla, se ne va al Genoa per un altro biennio, culminante nell’accesso alla semifinale di Coppa Uefa: il Grifone è battuto dall’Ajax ma prima ha eliminato il Liverpool espugnando addirittura Anfield Road con due gol di Pato Aguilera.

A un certo punto per Bagnoli si profila la panchina del Milan e pare sia proprio Gianni Brera a fare il suo nome al presidente ma gli si fa notare da cotanto megalomane, con una certa compunzione, che è impossibile assumere un notorio «comunista». (In effetti il tecnico della Bovisa, per sua stessa ammissione, è un uomo di sinistra ma ha sempre votato socialista seguendo l’esempio del padre). Invece va all’Inter e per lui è l’inizio della fine, nonostante un ottimo secondo posto nel campionato ’92-‘93. Se al benservito del 6 febbraio ’94 risponde con il ritiro dal mondo del calcio, è evidente che da tempo il suo bilancio, morale e professionale, è andato in rosso e che non ne può più. Questi ultimi vent’anni sono di riserbo pressoché assoluto, l’Hellas gli ha dato un tessera d’onore e capita talvolta che vada allo stadio ma rigetta, con coerenza e persino con ostinazione, ogni proposta di ritorno. Parla meno di sempre, concede rarissime interviste ma in una molto bella, rilasciata ad Alberto Costa del Corriere della Sera l’11 novembre del 2006, dice di essere stato deluso specialmente dai giovani calciatori, che «pretendevano tanto e davano poco» e, a proposito di sé e del suo addio al calcio, si limita a rilevare che quando un insegnante non sopporta più i suoi allievi, allora è meglio che smetta. Come sappiamo, Osvaldo Bagnoli non si è limitato a proclamarlo, ma l’ha fatto. E da autentico maestro, altro che Special One. 

"Il Manifesto", 15 marzo 2014

Capriccio rosanero: Tomasi di Lampedusa

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Una pietra miliare nella storia del calcio italiano, pur essendo una figura anomala e del tutto particolare. Intanto per le sue origini aristocratiche, inusuali in un mondo plebeo come quello del calcio, poi per la sua personalità schiva e riservata, ma soprattutto per la singolarità della sua carriera. Nato a Palermo, fece la sua comparsa sui campi di gioco solo in età molto avanzata, quando la maggior parte dei calciatori ha già appeso le scarpette al fatidico chiodo, e vestì la gloriosa casacca rosanero per un’unica leggendaria stagione.

La fine degli anni Cinquanta era un’epoca di oriundi per il calcio italiano e all’improvviso apparve questo stagionato fuoriclasse, una mezzala dall’incedere un po’ lento e classicheggiante, ma dalla tecnica sopraffina. Di lui si sapeva poco, per non dire niente. Aveva cominciato a tirare i primi calci al pallone negli infiniti corridoi del palazzo paterno di Palermo e nella grande casa di campagna di Santa Margherita Belice, dove si favoleggiava esistesse addirittura un vero campo regolamentare. In seguito, sempre per suo conto, il giovane Tomasi di Lampedusa, aveva fatto numerosi viaggi all’estero frequentando i maggiori tecnici europei dell’epoca. Poi, più che altro per un capriccio, il suo esordio allo stadio palermitano della Favorita e l’improvvisa fama.

Così come nella vita, anche in campo era taciturno, corrucciato e tendeva a isolarsi dai compagni. Scettico verso le tattiche degli allenatori, soprattutto quelle più innovative, quando giocava dava quasi l’idea di essere un osservatore più che un protagonista della partita. Ancora oggi, in un mondo conformista come quello del calcio, Tomasi di Lampedusa resta una splendida bizzarria in gran parte misteriosa perché, come ha detto suo figlio, “era certamente un uomo di segreti”.
(2013)

Conan Doyle, o come dribblare il mastino del Baskerville FC

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Scozzese, baffuto, corpulento, protagonista assoluto nella allora First Division inglese, il più vecchio campionato di calcio al mondo, e molto popolare anche all’estero nonostante a quei tempi l’Inghilterra rifiutasse ogni contatto con le altre nazionali. Dopo varie esperienze nelle serie minori approdò a Londra, prese un appartamento al 221B di Baker Street e non si mosse più.

Dietro l’aspetto pacioso nascondeva una natura eccentrica e un’intelligenza sottile. Capostipite indiscusso del cosiddetto “calcio deduttivo”, tattica che lo ha reso famoso e tuttora seguita da uno stuolo di fedelissimi seguaci sui campi di tutto il mondo. In breve, Conan Doyle si piazzava nel cerchio del centrocampo e osservava con grande attenzione ogni particolare della partita; poi quando aveva raccolto tutti gli elementi entrava in azione, partiva palla al piede e andava infallibilmente in rete, lasciando di stucco avversari e compagni. La sua forza stava nella fredda logica con cui analizzava i movimenti dei vari giocatori in campo, senza farsi distrarre dalle indicazioni degli allenatori e dalle urla dei tifosi sugli spalti.

Durante tutta la sua carriera ha sempre voluto al suo fianco il fedele Watson, un onesto faticatore del pallone senza particolari doti tecniche, ma a cui Conan Doyle non ha mai voluto rinunciare. Al termine degli incontri, indossava la sua mantellina, si metteva in testa un buffo cappellino da cacciatore a doppia visiera e se ne tornava, sempre insieme a Watson, nello studio di Baker Street, dove trascorreva il tempo libero dedicandosi ai suoi amati hobby, suonare il violino, fumare una grossa pipa ricurva e trafficare con delle strane attrezzature chimiche.
(2013)

L'edicola votiva

di Maurizio De Giovanni 

Ci arrivate facilmente da piazza del Gesù, lasciandovi dietro l’obelisco, faccia verso il ventre della città antica. Un pezzo di decumano inferiore, ma solo un pezzo, un paio di centinaia di metri. Camminerete per una via stretta che trasuda lacrime e risate, pezzi di Compagnone, Rea e De Filippo proveranno a distrarvi insieme a Santa Chiara e San Domenico Maggiore, ma voi continuate.

Piazzetta Nilo, detta “il Corpo di Napoli”, il nucleo greco con la mitica fonte del fiume sotterraneo Sebeto, sarà l’ultimo tentativo di fermarvi. Ancora quattro passi e ve la ritrovate sulla destra.

Magari ci sarà un po’ di gente, turisti che scattano foto ridacchiando e sfottendo nella propria lingua l’ingenuità di un popolo straccione e cialtrone, reso simpatico dalla propria manifesta inferiorità culturale.

A prima vista è uguale alle migliaia di edicole votive che punteggiano le mura dei quartieri antichi: un finto tempietto con due colonne ai lati e un transetto spiovente, l’immagine del Santo celebrato, qualche icona che ne ricorda i miracoli, addirittura una reliquia. Ma la religione romana e il martirio stavolta non c’entrano; stavolta c’entrano il Sudamerica, la vittoria e l’effimero. Sempre di fede si tratta, comunque.

Il volto santo è quello di Diego Armando Maradona, il più grande calciatore di tutti i tempi; la reliquia è un suo capello; i miracoli sono i due scudetti e la coppa Uefa.

Dover raccontare la città attraverso una sola immagine e scegliere questa è sicuramente un azzardo. Più semplice sarebbe stato andarsi a cercare uno scorcio di ordinario degrado, spazzatura, camorra, spaccio, pizzo; o anche antichi profumi, mare, sole, cozze e mandolino. Però si deve ammettere che il testacoda tra Fede ed effimero, l’accostamento cardiovascolare tra l’inutilità di un pallone e la necessità di una gioia è un modo affascinante di raccontare l’anima nuova di Napoli.

A pochi metri dal Cristo velato e da tutte le antiche sacralità, qualcuno ha deciso di dedicare un minuscolo luogo di culto a chi di recente ha erogato la maggiore gioia alla città. Si narra di un fortunato tifoso, passeggero casuale collocato dal destino e dall’Alitalia proprio dietro all’Augusto Pibe; si racconta di un gesto furtivo, col quale il suddetto tifoso abbia intascato il pannetto copripoggiatesta sul quale il Suddetto aveva dormito poco e male durante il viaggio; che dal pannetto sia stato asportato un capello riccio, lungo e nero. E’ appunto attorno a quel capello, scosso gioiosamente al vento in occasione di tanti gol, sommerso da docce di champagne dopo tante vittorie, che è sorta l’edicola.

Ad amministrarne con cura, pulizia e ordine è il barista retrostante, che in cambio raccoglie l’opportunità della consumazione dei turisti fotografi contraccambiando peraltro la cortesia con uno dei migliori caffè del mondo. Sorseggiandolo, vi prego di riflettere prima di dare frettolosi giudizi sulla supposta stupidità di un popolo che, sommerso da tante disgrazie e atrocità, si butta con tanta passione su qualcosa di vano e fuggevole. Pensate a quanto sia necessario un sorriso, una gioia per chi fronteggia la quotidiana sofferenza. Pensate a cosa abbia rappresentato ritrovarsi, una volta tanto, sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo per qualcosa che non fosse l’ennesima sconfitta sociale, ma una grande vittoria. Pensate a sei milioni di napoletani nel mondo della prima, seconda o terza generazione che piangono di gioia in silenzio, sognando una città che forse non hanno mai visto ma alla quale sentono di appartenere ancora. E a quanta saggezza ci sia nel voler tenere stretto il sacro pensiero di tutto questo.

E quando il barista, sorridendo con aria furba, vi dirà: “dotto’, ci pensate? La scienza va avanti. Magari un domani, con quel capello, Lo potranno pure clonare; così vinciamo un altro paio di scudetti!”, vi prego: valutate la possibilità di sorridere anche voi.

(2012)
Il testo è liberamente disponibile in rete qui |  Maurizio De Giovanni

L’inesauribile Scerbanenco

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Di padre russo e madre italiana, nato a Kiev, ma arrivato in Italia da bambino, Giorgio Scerbanenco, grande lavoratore del centrocampo, venne ribattezzato “lo Stachanov del calcio”, un po’ per le sue origini, ma soprattutto per le centinaia e centinaia di partite disputate sempre senza risparmiarsi.

Scerbanenco abbandonò prestissimo la scuola e trasferitosi da Roma a Milano, prima di diventare calciatore professionista, ha passato anni di vera miseria facendo i lavori più disparati: operaio alla Borletti, addetto al pronto soccorso della Croce Rossa, contabile in una ditta. Ogni tanto qualche intermezzo in sanatorio, ricoverato più per denutrizione che per malattia, e dove veniva curato a suon di zabaioni.

Poi finalmente l’esordio in serie A e da allora una serie infinita di partite. Giocava sempre, comunque, dovunque. Anche quando arrivò il successo e il benessere economico, Scerbanenco gli anni duri della miseria se li portava sempre addosso. Anche nel fisico. Magrissimo, allampanato, con una faccia un po’ così, a metà strada tra Totò e Marty Feldman, il comico inglese con gli occhi a palla, lui era sempre lì a correre a perdifiato su e giù per il campo con la sua figura un po’ sgraziata, la maglia perennemente fuori dai pantaloncini e i calzettoni spesso arrotolati alle caviglie.

Gli esteti del calcio hanno a lungo storto il naso di fronte al suo modo di giocare, ma i tifosi lo hanno sempre amato perché non si dava arie da artista del pallone e si considerava solo un travet del calcio. Poi, all’inizio della stagione 1968-69, quando finalmente il suo talento era stato riconosciuto da tutti, durante una partita è stramazzato al suolo fulminato da un infarto.
(2013)

La porta davanti a sé: il centrattacco Gary

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Se passate da Vilnius, in Lituania, è probabile che vi capiti di imbattervi in un monumento che raffigura un bambino che guarda verso il cielo, in uno spasmodico desiderio di grandezza e di assoluto. Il bambino ritratto in quel monumento si chiamava Romain Kacev e dopo una rocambolesca fuga attraverso mezza Europa insieme alla madre approdò a Nizza. Sognava un futuro radioso, prese la nazionalità francese, assunse il nome di Romain Gary (gari in russo significa brucia) e diventò il bomber dei “bleus”.

Un vero centravanti di sfondamento come non ce ne sono più ai giorni nostri. Aveva un modo di giocare che trascinava il pubblico. Senza troppi calcoli, partiva e si lanciava nel cuore della difesa avversaria. Forte, coraggioso, resisteva alle cariche più dure e sullo slancio molto spesso entrava in porta con il pallone. Protagonista assoluto sul campo di calcio e personaggio istrionico nella vita di tutti i giorni, Gary fu un grande cannoniere e un grande “tombeur de femmes”, tanto che quando gli chiedevano quanti goal avesse segnato in carriera e quante donne avesse avuto rispondeva allo stesso modo: “Non ho tenuto la contabilità degli zeri”.

In campo e nella vita sembrava spinto da una forza soprannaturale, da quella sete di assoluto ritratta nel bambino del monumento di Vilnius e che lo rendeva in apparenza invincibile. Invece era come quei cristalli che sembrano perfetti e indistruttibili, ma hanno un punto debole, che se toccato manda tutto in frantumi. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980 Romain Gary uscì dal suo elegante appartamento nel centro di Parigi per andare a comprare una vestaglia di seta rossa. Rientrò a casa, indossò la vestaglia e si sparò un colpo di pistola in bocca.
(2012)

Ennio Flaiano e l’ingiustizia dell’ala destra

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Abruzzese di origine, Ennio Flaiano cresce nel Pescara per poi approdare giovanissimo a Roma, che diventerà la sua vera amata-odiata città e dove si è affermato come uno dei giocatori più brillanti del calcio italiano, anche se in gran parte incompreso. Per tutta la carriera si è sentito un “fuori ruolo”.

Inconfondibile per gli occhiali e i suoi baffetti neri, si muoveva in campo con una aria seria, corrucciata e vagamente malinconica perché perennemente confinato sulla fascia destra. Un’ingiustizia tecnica a cui Flaiano reagiva con la disincantata ironia del fuoriclasse: “il peggio che può capitare a un genio è quello di essere compreso”. Il fatto è che, tratti in inganno dai suoi scatti brucianti e dai suoi guizzi fulminei, i tecnici e i giornalisti dell’epoca lo hanno scambiato sempre per un’ala, mentre in realtà lui sentiva di avere il passo e la visione di gioco del regista di centrocampo.

E l’equivoco continua. Ancora oggi viene ricordato spessissimo, in genere da chi non lo ha mai visto giocare, soprattutto come un dribblomane, mentre invece era molto di più. Vengono continuamente citate le sue finte e i doppi passi, dimenticando quelle rasoiate di quaranta metri che aprivano il gioco e tagliavano a fette le difese avversarie. Per una strana congiura, nonostante i riconoscimenti, è stato un giocatore largamente sottostimato dal mondo del calcio, che d’altra parte lui ha sempre considerato un po’ cialtrone e nel quale si sentiva come stritolato.

In una delle ultime interviste rilasciate infatti affermava: “Una volta entrati in quel giro è quasi impossibile uscirne. Ma non amavo quell’ambiente, non mi riconoscevo in quel lavoro, ho sempre avuto un senso di colpa, e non perché io presumessi di dover dire grandi cose agli uomini, ma sentivo di tradire la mia natura”.
(2012)

Rapid Roth e la leggenda del santo calciatore

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Uno degli ultimi fuoriclasse della grande scuola danubiana, sconfitta e perduta per sempre.  Cresciuto calcisticamente in un piccolo club della Galizia, è poi approdato al Rapid Vienna e alla nazionale austriaca, il leggendario “Wunderteam”. Elegante palleggiatore e con uno scatto bruciante, Joseph Roth visse stagioni magiche nella capitale austriaca. In quel periodo a Vienna si respirava un’aria incredibile e lui in campo dava spettacolo; poi appena finiva la partita via di corsa in qualche locale a mangiare wurstel e crauti fumanti serviti da bionde kellerine. Era la Felix Austria. Poi il tramonto di un’epoca, di un mondo, di un Impero e quel che è peggio della scuola danubiana. Era la Finis Austriae.

Gli anni d’oro di Roth finiscono lì. Incapace di accettare la nuova realtà, dopo un ultimo pellegrinaggio spirituale alla Cripta dei cappuccini e allo stadio del Prater, Roth cominciò a vagabondare per l’Europa, raccattando ingaggi prima a Berlino, poi in Olanda, in seguito a Nizza per approdare infine a Parigi, ultima stazione di questa sorta di via crucis calcistico-spirituale. Ma era uno sradicato. Solo a Vienna si sentiva un vero calciatore e non riusciva a sopportare la fine del calcio austriaco, di cui amava in modo spasmodico pregi e virtù, ma anche errori e difetti, mentre invece detestava con tutte le sue forze il calcio moderno basato sulla forza atletica, che lui considerava disumano.

Gli ultimi anni parigini furono un lungo e tragico tramonto. Il fisico ormai appesantito, lo sguardo appannato, il suo leggendario scatto un lontano ricordo, il grande campione si esibiva in squallidi campetti di periferia e annegava le sue infinite nostalgie nei caffè a suon di pernod. Il 23 maggio del 1939 Joseph Roth stramazzò sul terreno di gioco nel cerchio del centrocampo e morì in una crisi di delirium tremens all’ospedale dei poveri.
(2012)

Ode alla FA Cup

La Football Association ha chiesto a Lemn Sissat, già poeta ufficiale dei Giochi Olimpici di Londra 2012 e Cavaliere dell'Order of the British Empire, un'ode per festeggiare la più antica e giovane delle competizioni, la Football Association Challenge Cup, nota più familiarmente a tutti i suoi appassionati come FA Cup.

Adventure Flight
di Lemn Sissay

The third planet from the sun, this spinning earth
Thousands of football cups but only one is first
Here comes the light to break the pitch: The new day
Crowds wake! Clouds break! The adventure is underway

I will not waiver I will not fall. I will not cower
When under great pressure the great overpower
We are equal in dreams - underdogs and over achievers
We are nothing without adventure believers

There’s everything to gain: Everything to prove.
Touch and be touched, move and be moved
Summon all resources, steal chance, take risk
The challenge, the adventure, the grit.

One game one destiny one goal one curved ball of earth
One and all young and old more than gold is worth
All four corners, this field this cup – Our number one
When against all odds carry on. Shout “Carry on”

Make wings of your arms with the heart. At its centre
The challenge, the Flight, Every game’s an adventure

(2015)
NotiziaLemn Sissay

L'Ajax non difende mai

di Jim Shepard

L’acustica degli stadi deserti era bellissima. Se anche un solo uccello cinguettava lo potevi sentire da qualsiasi punto del campo. La mattina presto, oppure dopo la partita, quando le luci erano spente e il cielo scuro, dalla panchina si sentiva il vento frusciare tra l’erba. Nel campionato olandese, all’epoca, le strutture degli stadi erano scheletriche e intime. I pannelli pubblicitari erano come dei vecchi amici e puzzavano di legno bagnato. Le balconate vuote sovrastavano la tribuna, e le cartacce soffiate dal vento rimanevano intrappolate tra gli schienali degli spalti più in basso.

Se prendevi un pallone e lo calciavi in mezzo al campo, il rumore del colpo riempiva tutto lo spazio. Era come se quel rumore ti afferrasse qualcosa dentro al petto.

Mi chiamo Velibor Vasović e ho giocato a calcio per undici anni, prima nel Partizan Belgrado e con la maglia della mia nazionale - e poi nell’Ajax. O forse dovrei dire che per undici anni ho giocato per soldi, perché a calcio ci ho giocato tutta la vita. Mio fratello giocava a pallone con i suoi amici e, appena sono diventato abbastanza grande da tenermi in piedi, ho cominciato a giocare con loro. All’inizio come portiere, ma non riuscivo a stare fermo un attimo, inseguivo il pallone facendo incavolare gli altri e rovinando tutte le partite, finché in porta ci hanno dovuto mettere qualcun altro. Giocavamo ogni giorno. La guerra era appena finita. Quando pioveva usavamo la stalla. La mucca stava sotto la pioggia e ci guardava. Sei o sette ragazzini in tre metri quadrati: così si imparava a controllare la palla.

Giocavamo con qualsiasi cosa avesse una forma rotonda. Di solito palle da tennis; la famiglia di uno dei ragazzi ne aveva una vecchia scatola. Sviluppavi una tecnica formidabile provando a dribblare con una palla da tennis.

Durante la Coppa del Mondo del 1954, in Svizzera, in una partita del girone mio fratello era sceso in campo contro le immortali maglie rosse dell’Ungheria - Puskás, Kocsis, Hidegkuti -, la squadra che aveva umiliato l’Inghilterra per 6-3 e 7-1 qualche mese prima.

“Come è stato?” gli avevamo chiesto al suo ritorno. Avevamo seguito la partita alla radio ma il cronista non era in grado di raccontare quello che accadeva in campo. Ammassati intorno al bancone del bar, tutto quello che eravamo riusciti a capire era che Kocsis era entrato in area di rigore, si era fermato e girato. Poi Dio era stato invocato ad alta voce. E un attimo dopo si era sentito un gracchiante boato metallico. Perciò quando era tornato mio fratello, uno degli undici eroi della nostra sconfitta per 28, era come se fossimo stati lì allo stadio e allo stesso tempo non ci fossimo stati; come se sapessimo e non sapessimo cosa significava davvero giocare contro il calcio più brillante del pianeta.

Dopo la partita mio fratello aveva fatto a cambio di maglia con Puskás. L’aveva portata al bar per farcela vedere. Passava di persona in persona come lo scudo di Achille. Un vecchio si era perfino lavato le mani prima di toccarla.

Dovevamo ripetere le domande a mio fratello più di una volta. Ognuno aveva la propria teoria su quale fosse il segreto degli ungheresi. Le loro doti tecniche? La tattica? La stazza fisica? La velocità? Com’erano le cose in Occidente?

Ripensai alle sue risposte la prima volta che andai a Amsterdam e vidi Johan Cruyff fare un cross di trenta metri in corsa: la morbida traiettoria scavalcò il portiere che aveva provato a intervenire, e il pallone andò a posarsi delicatamente sui piedi dell’ala destra, che l’appoggiò in rete quasi senza volerlo. Era il 1966. A maggio, l’allenatore e il presidente dell’Ajax mi avevano visto segnare il gol della bandiera nella finale di Coppa Campioni persa dal Partizan contro il Real Madrid. Volevano che diventassi il baluardo intorno al quale costruire la difesa dell’Ajax.

Vedete, nel 1966 passare da Žagubica a Amsterdam non era un cambiamento da poco. Cos’era la ribellione a Žagubica a quel tempo? I vecchi contadini che accarezzavano i propri asini in pubblico. Un atto di disobbedienza civile era rifiutarsi di togliersi dalla strada dopo essere caduto a terra ubriaco. Ero arrivato a Amsterdam il giorno della Festa della Liberazione olandese e mentre entravo in città dall’aeroporto pensai che ci fosse stato un colpo di Stato. Una rivoluzione. Un’invasione dallo spazio.

Migliaia di giovani giravano per il centro, a braccetto, cantando e urlando cose che non capivo. La mia interprete, la moglie jugoslava di un olandese, mi spiegò che stavano cantando “Vogliamo i nostri bolletje!”. Venne fuori che i Bolletje erano dei dolci per la colazione. Era uno slogan pubblicitario. Perché lo stavano cantando? Erano annoiati, mi disse lei. Migliaia di giovani che cantavano una cosa senza senso! A gruppi si urlavano addosso questo ritornello, avanti e indietro. La polizia era ferma di fronte a loro, composta, le mani strette davanti.

Rimanemmo bloccati dalla folla in una grande piazza chiamata Leidseplein. La mia interprete si scusò per non aver previsto l’inconveniente, ma sembrava tranquilla. Il tassista teneva le braccia sul volante e ogni tanto urlava qualcosa, in modo benevolo, a quelli che si sedevano sul cofano del taxi. Quando la macchina si fermava, giovani ragazze premevano le guance sul mio finestrino come se il taxi fosse stato la loro nipotina. Appollaiato sulla statua di qualche celebre personaggio, un uomo vestito da sciamano stava praticando una serie di rituali contro il fumo - rompeva dei pacchetti di sigarette, oppure si metteva le sigarette in bocca per poi masticarle e sputarle, o le buttava via con un gesto violento -mentre la folla cantava “Bram bram! Ugga ugga! Bram bram!”.

Volevo sapere che significava “Bram bram! Ugga ugga!”
La mia interprete scrollò le spalle. “Bram bram. Ugga ugga,” rispose.
Mi indicò un uomo arrampicato sull’asta di una bandiera, un tale conosciuto con il nome di “Johnny l’Autolesionista”, che andava in trance e si lanciava a terra da punti altissimi. Molte di quelle persone vestite di bianco, mi spiegò, erano i Provos, un gruppo di anarchici che guardavano al gioco e al divertimento come alla chiave per costruire un mondo migliore.
“Divertimento,” ripetei io, e lei mi rispose, come sulla difensiva, “Be', non c’è bisogno di dirlo in quel modo”.

Vedete, io non sono una persona politicamente schierata. E ovunque sia andato, le persone hanno sempre annuito quando ho pronunciato queste parole, come se le avessero capite davvero. Ma poi correvano tutti dietro a quel referendum lì o a quel movimento studentesco là. “A Vasović non importa un corno di niente,” diceva spesso Michels, l’allenatore dell’Ajax, ai giornalisti e ai miei compagni di squadra. Era il complimento più grande che mi potesse fare. Intendeva niente oltre al calcio.

Quel giorno la mia interprete sembrava fiera del suo paese d’adozione. La sua espressione sembrava suggerire che io fossi una specie di parente venuto in visita da un mondo arretrato. Mi chiese del mio paesino: Com’era la vita in mezzo a quelle colline? Sembrava tutto così selvaggio e remoto.
“Era un merdaio tranquillo,” le dissi. “Questo è un merdaio rumoroso.”
Il tassista le chiese qualcosa e lei rispose con la parola che significa “benvenuto” nella mia lingua.
“Benvenuto,” fece il tassista.
“Sta parlando con te,” disse la mia interprete. Io mi accesi una sigaretta. Non mi piace essere redarguito.
“Questo è un momento di grande cambiamento in Olanda,” continuò lei, come se la frase potesse avere un effetto sul fatto che fumassi.
“La moneta è stabile?” chiesi.
Dopo quella domanda mi lasciò in pace. Passato qualche minuto di silenzio, il tassista fece un’osservazione e lei rispose qualcosa che sembrò rattristarlo.

***

Johan Cruyff era politicamente schierato. Lo stesso giorno in cui venni introdotto alla politica olandese venni introdotto anche al calcio olandese. Mi fecero sedere tra la mia interprete e il presidente del club per vedere l’Ajax che giocava in casa con il PSV Eindhoven. Mi scolai parecchie birre. Notai subito il ragazzo che giostrava sulla fascia sinistra, uno spilungone dalla faccia inespressiva dotato di una resistenza infinita. Corse per novanta minuti di fila, e a fine partita sembrava che avrebbe potuto continuare a correre fino a Maastricht e ritorno. E correva con uno scopo: portava continuamente in avanti l’attacco dell’Ajax, spingendo sulla fascia, scatenando il panico nell’area del PSV e creando spazi per sé e i suoi compagni. Progettava intere geometrie mentre i suoi avversari correvano su e giù come talpe. Era un Pitagora in pantaloncini. Mi dissero che aveva diciannove anni. E mi dissero anche che non dovevo preoccuparmi di lui, dato che la sua posizione era occupata dal giocatore più forte della squadra, che al momento non stava giocando. Mi alzai e me ne andai. Mi rivolsi solo un attimo all’interprete: “Di’ al presidente che se hanno un giocatore più forte di quello, non hanno bisogno di me.” Mi ripresero a metà del corridoio e mi fecero sedere di nuovo. Incontrai Cruyff dopo la partita.

Aveva la stessa espressione vuota mentre si asciugava il sudore. I suoi compagni erano sotto la doccia. Il suo asciugamano era grande quanto un fazzoletto. All’epoca i giocatori dovevano lavarsi le proprie divise e portarsi da casa shampoo e asciugamani.

Sentii l’interprete menzionare il Partizan Belgrado. Cruyff annuì. Mi portò sul campo, fermò un raccattapalle che stava rientrando con una rete piena di palloni e ne allineò qualcuno al limite dell’area di rigore. Ce n’erano nove. L’interprete e il presidente della squadra si misero dietro di noi, facendo qualche osservazione a cui lui decise di non rispondere. Poi, mentre guardavo, si aggiustò i capelli dietro le orecchie e calciò i primi cinque palloni, mandandoli tutti a sbattere con precisione sulla traversa. Dopo si allontanò. Con le mie scarpe da passeggio, feci lo stesso con i quattro palloni rimasti. Cruyff sorrise con la sua espressione vuota mentre l’interprete e il presidente scoppiavano in un applauso.

Quando si fermarono Cruyff si diresse verso il presidente. Si misero a parlare e io cominciai a sentire il bisogno di un’altra birra. L’interprete mi spiegò che Johan era sempre in agitazione per qualcosa.
“Perché, cosa vuole?” le chiesi.
“Oh, niente di che,” rispose imbarazzata. “Ma c’è sempre qualcosa che non va.”
Poi Cruyff si rivolse a lei a bassa voce. Si guardarono per un momento.
“Vuole che ti traduca quello che dice,” ripeté sconfortata.

Venne fuori che stava chiedendo perché i membri dello staff erano assicurati per i viaggi all’estero e i giocatori no. Perché gli allenatori ricevevano i rimborsi per i pasti e i giocatori no. L’interprete sembrava cosciente che quella non era una buona strategia per convincermi a cambiare squadra. Mi confidò che Cruyff aveva quella che chiamava la sua “Lista di lamentele”.

Io, però, la sua smania di mettersi sempre e comunque di traverso la trovavo affascinante. Tra l’altro gli olandesi erano i soli che offrivano la possibilità di trasferimenti in quel periodo, e quindi quello era il mio unico biglietto per l’Occidente.

Anche il presidente ne era consapevole, e dopo aver passato tre giorni chiuso in una camera in affitto decisi di firmare il contratto per metà della cifra che avevo inizialmente richiesto.

Sembrava che gli olandesi seguissero alla lettera il Discorso della Montagna ma il loro cuore era come un libro contabile. I commercianti controllavano ogni singolo fiorino quando ti davano il resto. Che c’è, senti nostalgia di casa?, mi scrisse mio fratello. No, qui mi sento a casa, gli risposi.

Mio fratello era finito a lavorare dodici ore al giorno in una delle fattorie collettive che si erano recentemente consolidate nel sud del paese. La sua carriera era stata stroncata da un’entrata maldestra.

La prima mattina che scesi sul campo d’allenamento con il resto dell’Ajax, alcuni ragazzi dai capelli lunghi mi diedero il benvenuto con un cenno della testa e mi accolsero nel loro giro di riscaldamento. Il sole illuminava i piccoli canali e le mucche che si vedevano nelle vicinanze del campo. Quando l’allenatore arrivò e soffiò nel fischietto, i ragazzi dai capelli lunghi si disposero in due file e proclamarono i loro obiettivi con un piccolo poema:
Gioco aperto, gioco aperto.
Non puoi permetterti di trascurare le fasce.

E poi tornarono al loro riscaldamento. Mi diedero un foglio con una traduzione scritta a mano. Mi presentarono. E cominciò l’allenamento.

Pochi se lo ricordano, ma prima che l’Ajax diventasse l’Ajax, il calcio olandese aveva vinto un numero di trofei internazionali pari a quello del Lussemburgo. Ci vollero tutti i primi trenta minuti di quella mattinata perché ognuno di noi - l’allenatore, il comunista e i ragazzi dai capelli lunghi - capisse che faceva parte di un gruppo di persone che pensavano allo spazio. Il calcio ultra offensivo in cui i giocatori cambiavano di continuo posizione e costruivano azioni offensive da ogni angolo venne elaborato e collaudato su quel campo nel corso dei tre anni successivi. Eravamo un collettivo. Durante le pause discutevamo tra noi. E ascoltavamo tutti. Immaginate se proviamo a fare così? Che è successo quando abbiamo provato quello schema? Cominciammo a far salire centrocampisti e difensori nelle azioni d’attacco, e a vedere in che modo gli attaccanti dovessero adattarsi a questa flessibilità tornando a coprire quando era necessario. Lo scambio di posizioni avveniva in maniera fluida e naturale, e una volta cominciate le partite vere obbligava gli avversari ad affrontare un intreccio continuo di movimenti e improvvisi cambi di marcature. La prima parola olandese che ho imparato è stata “cambio”.

Costruivamo le azioni partendo da dietro; era raro che il portiere rinviasse a centrocampo, di base la passava a uno dei difensori, e da lì la squadra si muoveva insieme per tessere le sue trame: se qualcuno arretrava per un passaggio, qualcun altro si faceva avanti. Durante il possesso palla allargavamo il raggio dell’azione il più possibile, spingendo il gioco sulle fasce e cercando di vedere ogni giocata come un modo per ampliare e sfruttare lo spazio. Quando perdevamo palla, lo stesso ragionamento era applicato in difesa. Parlavamo dello spazio in modo molto pratico. Com’era possibile giocare per novanta minuti ed essere sempre attivi? Se tu eri il terzino sinistro e avevi fatto una volata di settanta metri sulla fascia, rientrare subito per recuperare la posizione non era una cosa tanto sensata. Se un centrocampista prendeva il tuo posto, invece, le distanze si accorciavano. Fu allora che mi accorsi di come gli olandesi cercassero sempre di individuare la soluzione più semplice. E quando la trovavano si entusiasmavano come matti.

Cruyff era il genio, da questo punto di vista. Tutti i bravi giocatori riuscivano a smarcarsi per ricevere palla, ma Cruyff, mentre giocava, riusciva anche a vedere dove era ogni altro giocatore in campo, o dove si sarebbe spostato. Era sempre tre mosse avanti agli altri e le sue azioni erano create per dare forma allo spazio. Dall’alto - dalla tribuna stampa - era come assistere a una lezione di architettura.

Quando coprivamo lo spazio nel modo giusto, tutto all’improvviso diventava tranquillo. Nessun rumore. Si sentiva solo il vento. E la palla: il suono che faceva a contatto con i piedi, il suono che indicava con chiarezza dove stava andando e con quanta forza, lenta o veloce.

All’improvviso il gioco non consisteva più nel prendere a calci le gambe dell’avversario. I tifosi, dopo le nostre partite, andavano via con la sensazione di aver assistito a qualcosa di unico, che non avrebbero potuto vedere in nessun altro luogo al mondo. State davvero creando qualcosa, mi scrisse mio fratello, rispondendo a una mia lettera in cui gli avevo raccontato quello che succedeva.

***

I miei genitori: erano politicamente schierati. Durante la guerra, la loro unità partigiana aveva sia dei fucili anticarro che un mimeografo, e mia madre aveva perso due dita per il gelo dopo aver trascinato l’attrezzatura tra i crinali di una montagna in mezzo alla neve profonda, per non farla cadere in mano ai tedeschi. Dio ce ne scampi. Si sarebbero rovesciate le sorti della guerra. Quella volta in cui, a diciassette anni, tornai a casa fuori di me dall’eccitazione per annunciargli che avrei giocato per il Partizan Belgrado, mi rivolsero entrambi un sorrisetto sarcastico. Non capii il perché fino a quando non mi accorsi che sorridevano per la scritta Partizan sulla mia maglia.

A dieci anni, chiesi di poter partecipare alle lezioni di catechismo che mio zio, un pastore, avrebbe tenuto per mio fratello e i miei due cugini. È probabile che all’epoca pensassi che, alla fine, la cosa mi avrebbe reso parte della famiglia, o almeno parte di una causa comune. Mio zio accettò di sottopormi a un colloquio per verificare la mia idoneità. Il colloquio si svolse in presenza di mia nonna. Non riuscii a rispondere neanche a una delle sue domande. Il mio totale fallimento fece ridere molto mio fratello e mio zio, al contrario di mia nonna che non si divertì per niente.

Quando arrivarono i tedeschi i miei genitori si arruolarono nella prima brigata slovena che prendeva il nome da un poeta-Cankar, nello specifico (”Il popolo scriverà il proprio destino da solo / Senza gli smoking, né i rosari dei preti”). Combattevano l’analfabetismo dando ai bambini poveri carta e matite, invece che soldi e caramelle. Distribuivano periodici come “Morte alla morte!” e “Donna oggi”. Tenevano lezioni sul rapporto tra ideologia e spontaneità. Usavano le porte di casa come lavagne. Dormivano al gelo e facevano la fame. Si fermavano davanti ai portoni dalla Stiria alla Carinzia e cantavano vecchie canzoni slovene per chiedere del pane alle fattorie, che di solito rimanevano sbarrate. A volte però gli permettevano di dormire nel fienile.

Mia nonna era la madre di mia madre. Suo padre era stato un impiegato delle ferrovie, morto di tifo. Sua madre era rimasta vedova con sei figli da accudire, e mia nonna era la più piccola. Mi ricordo che ogni mattina mangiava un po’ di marmellata con un cucchiaino che doveva essere pulito la notte prima.

Si riferiva a suo genero come a una persona di buona memoria, ma senza spessore. Mio padre sorrideva sempre quando lei lo diceva. Era difficile per noi immaginare che mio padre avesse sparato ai tedeschi. Era una persona piacevole e gentile, e quasi sempre diretta.

Prima della guerra lavorava fino a tardi, sotto la tenue luce di una piccola lampada, per permettere ai compagni imprigionati di meditare sulla più recente letteratura e prepararsi alla battaglia. Mia madre preparava le liste e il tè, e lo aiutava con il fraseggio. Si consideravano come dei cavalieri che combattevano una battaglia contro l’oscurantismo medievale e la furia che albergava nell’anima dei nostri contadini più arretrati. Credevano che il Partito e il movimento fossero molto speciali, e che la gente al loro interno fosse molto speciale. Erano convinti che ci fosse una specie di componente scientifica alla base della loro ideologia. Erano circondati da miseria e disperazione, ma più le loro condizioni di vita si facevano insostenibili, più il nuovo mondo gli sembrava vicino. Mettere in pratica le decisioni prese non era sufficiente. Chiunque poteva farlo. Dovevano arrivare al punto di trasformare loro stessi, in modo che ogni singola azione, in ogni circostanza, potesse essere valutata nei termini dei benefici apportati alla causa della rivoluzione. Il ruolo degli storici aveva perso ogni dignità ora che la Storia aveva indicato la via per la libertà finale e la fratellanza tra gli uomini.

***

Una persona che è sul punto di uscire di prigione diventa all’improvviso amata da tutti. E quella persona prova lo stesso per chi lascia dietro di sé. Litigi e rancori vengono dimenticati e perdonati, e lui saluta tutti con calore e schiettezza, come se niente fosse mai accaduto.

La notte prima della mia partenza per l’Occidente piansi e aspettai sveglio che arrivasse l’alba. Mentre mi facevo un tè e guardavo il sole che sorgeva, mia madre e mio padre portarono le mie cose - un completo e un altro paio di indumenti, impacchettati, sgualciti e pervasi da un forte odore di naftalina - accanto alla porta. Il mio avvocato arrivò per farmi firmare le ultime carte necessarie alla partenza. Nel corridoio dove eravamo attesi per prendere il treno c’erano diversi giovani piuttosto agitati. Ricordo poco o nulla del viaggio in treno fino all’aeroporto. Salici e ontani accanto a tranquilli ruscelli.

Quando scesi dall’aereo a Schiphol fui sopraffatto dagli odori e dai colori. Donne che indossavano giacchette primaverili e cappelli, strani vestiti. La mia interprete, una donna giovane e attraente, mi accolse con un abbraccio. Attraversai la città in un costante stato di stupore. Un ponte in lontananza, sospeso su un filo invisibile. Un’università. La piazza che le stava di fronte.

Mi lasciarono nel mio nuovo appartamento per farmi riposare dopo il viaggio. Feci un giro nel giardinetto sul retro. Un ramo ricoperto di fiori viola pendeva dal muro, mentre una ragazza stava sbattendo i tappeti dalla finestra della casa accanto. Le dissi, parlando nella mia lingua, che ero uno studente perseguitato. Le chiesi di prestarmi uno dei suoi tappeti per sdraiarmici sopra. Lei mi sorrise.

I miei occhi si riempirono di lacrime per mio padre. C’era qualcosa a cui non avesse rinunciato o che non avesse sacrificato? Per inseguire un ideale, si era costruito una vita che si era sepolta da sola. Una vita piena di rancore in un’impaurita cittadina dimenticata da Dio. Credevano di farlo per noi, e per i nostri bambini. Ma quello era il mondo della loro immaginazione, e ce lo avevano descritto in modo falso, e noi in un primo momento l’avevamo accettato come l’unica realtà possibile.

***

Michels era l’allenatore perfetto per me. Pretendeva una disciplina fantastica. Si comportava come un addestratore di animali, anche con i suoi assistenti. Diceva che ero il suo giocatore preferito perché non potevo fargli domande. Diceva a tutti che, una volta arrivati allo stadio, eravamo solo i numeri che portavamo sulla schiena. Fuori tornavamo a essere persone e potevamo di nuovo parlare tra noi.

Ogni notte rientravo soddisfatto nel mio appartamento con una sola sedia. Non ho mai capito perché uno dovrebbe giocare una partita, in cui perde quattro chili del suo peso corporeo, per niente. Quando indossi la maglia e ti allacci gli scarpini, l’obiettivo è vincere. Altrimenti puoi anche restare a casa e guardare la televisione.

Questa mia attitudine si rivelò preziosa per gli olandesi, che non erano feroci di natura. L’arte della difesa, se così si può definire, era un concetto totalmente estraneo ai miei compagni di squadra. Loro premiavano la Tecnica e la Tattica. Il coraggio, la voglia di vincere, la velocità, la cattiveria agonistica: nessuna di queste caratteristiche destava negli olandesi molto interesse.

Per questo Michels, durante gli allenamenti, cercava in ogni modo di sviluppare l’aggressività. In alcune partite si comportava come un arbitro diabolico, chiamando i falli con una tale parzialità che presero a soprannominarci “i Sanguinari”. Fece in modo che potessimo vivere di solo calcio: riuscì a far aumentare gli stipendi, così Cruyff poté smettere di lavorare in tipografia, Keizer dal tabaccaio e Swart in merceria.

Cercate di capirmi, però, non era lui che segnava i gol. Lui faceva la sua parte, noi la nostra.

Noi per primi, perfino noi, stentavamo a credere al potenziale che avevamo in mano. Nella prima partita contro il MVV Maastricht vincemmo 9-3 e io segnai cinque gol. Un difensore! In quella stagione realizzammo centoventidue reti.

Johan Cruyff, Piet Keizer, Barry Hulshoff, Ruud Krol, Gerrie Mühren: erano tutti scatenati in mezzo alla nebbia, insieme a me, contro il Liverpool, nel secondo turno di Coppa Campioni, il 7 dicembre del 1966. Insieme rimodellammo il pianeta del calcio. I giocatori del Liverpool non ci degnarono neanche di uno sguardo durante il riscaldamento; la loro metà campo era piena di semidei che l’estate precedente avevano vinto la Coppa del Mondo con la maglia della nazionale. Mentre facevamo stretching nello stadio calò la nebbia, e la partita si giocò in una tale oscurità che l’operatore del tabellone, seduto accanto alla nostra panchina, doveva mandare i raccattapalle a fondo campo per capire cosa stava succedendo laggiù. Chiese conferma una prima volta quando gli dissero che avevamo segnato un gol, e la chiese di nuovo quando gli dissero del secondo finché, al terzo in meno di dieci minuti, cominciò a sbraitare contro i raccattapalle: “Forza ragazzi, smettetela di inventarvi storie!” Le sue parole finirono su tutti i giornali olandesi del giorno dopo. Una delle prime pagine, in lettere così grosse da non lasciare spazio per nient’altro, proclamava: "AJAX 5-1!" Ovunque andassimo - negozi, cinema, scuole, ristoranti - quei due numeri continuavano ad apparirci davanti.

Quando andammo a Liverpool per la partita di ritorno, tutti dicevano che questa volta non ci avrebbero sottovalutato. Il loro allenatore predisse la vittoria del Liverpool per 7-0. Pareggiammo 2-2. Un quotidiano di Amsterdam titolò: "L’AJAX vince 2-2".

C’era una relazione tra la rivoluzione culturale e quella calcistica? I giornalisti volevano la nostra opinione a riguardo. Keizer disse di no. Hulshoff disse di no. Krol disse di no. Mühren disse di no. Io dissi di no. Michels si rifiutò di rispondere. Cruyff disse che era un’ipotesi intrigante. Durante le interviste del dopopartita si mise a parlare dei “Progetti bianchi” dei Provos. Cosa ne pensava del piano di Luud Schimmelpennink di fornire biciclette gratuite a tutta la città? Il povero Michels se ne stava nel suo ufficio, i gomiti sul tavolo e le mani nei capelli.

Usciva ogni tanto solo per cacciare qualche Provo dallo spogliatoio. Erano facili da riconoscere, tutti vestiti di bianco. E adoravano Cruyff, che attirava un mucchio di giornalisti.
“Di che sta parlando?” chiese Michels a un tizio che gli stava accanto, indicando uno dei Provos.
“Dice che in questa Nuova Babilonia la brama di aggredire sarà sublimata dal desiderio di divertimento,” spiegò Cruyff.
“Oh, per amor di Dio,” disse Michels.

Cruyff non si era mai fatto portavoce di questa roba, ma era chiaro che in parte ci credeva, che li teneva d’occhio. Ogni volta che entrava in campo, la sua intenzione era di rivoluzionare il gioco. Noi ci accontentavamo semplicemente di vincere.

E nonostante tutto, di notte, steso sul letto con la mia vicina ancora intenta a sbattere i tappeti, vedevo le facce dei miei genitori e mi chiedevo se questo fosse una sorta di strano regalo che mi avevano fatto: tattiche partigiane, strategie partigiane. Nella loro guerra non c’era né attacco né difesa, e gli accerchiamenti si creavano e si dissolvevano fluidamente da entrambe le parti; non si vinceva con la superiorità numerica ma grazie all’ingegnosità tattica. La sopravvivenza, per un partigiano, significava saper essere creativo con lo spazio.

“Affascinante,” disse Michels quando gli accennai questa teoria. Gliene parlai durante un trasferimento in pullman, mentre lui si lamentava di Cruyff. Il mio olandese a quel punto mi permetteva di intrattenere qualche conversazione al limite del comico.

Ma finché continuavamo a vincere andava tutto bene. Stavamo diventando qualcosa di maestoso e imbattibile. Eravamo marcati da due difensori e, l’istante dopo, completamente liberi. Il terreno intorno a noi sembrava stretto e affollato, l’istante dopo largo e spazioso. La brillantezza dei nostri passaggi era senza pretese: il bianco e nero del pallone che si stagliava contro il blu del cielo. Contro il verde. Belli nella loro precisione, semplici e modesti. Nessuno festeggiava o si toglieva la maglietta dopo quei passaggi.

Il cattivo tempo o un terreno disastrato potevano apportare diversi tipi di vantaggi. Una volta Keizer segnò in un campo ridotto a un pantano, facendo una palombella nel fango denso e ingannando i difensori turchi che si aspettavano un rimbalzo e si trovarono sbilanciati quando la palla rimase incollata al terreno. Un emiro del Kuwait, in tribuna, rimase così colpito che a fine partita si tolse dal polso l’orologio d’oro e lo regalò a Keizer. Contro il Panathinaikos, sotto un violento diluvio, giocammo l’intera partita effettuando i passaggi nelle zone con il drenaggio peggiore, intrise d’acqua, sapendo che la palla si sarebbe fermata prima, mentre i greci continuavano a correre oltre.

Sotto la guida di Cruyff, costruivamo castelli in aria, mentre lui appariva sempre nel punto esatto dove c’era più bisogno, ogni volta a indicare, indicare e indicare: tu vai là; tu rimani qui. Sarebbe stato felice di giocare in un campo lungo due chilometri, senza porte, nient’altro che stupende onde di movimenti che facevano avanti e indietro.

La nostra perfezione sembrava essere automatica. Il nostro istinto intimidatorio. Ci ponevamo di fronte ai nostri avversari con la mente calma, una tecnica immacolata e passaggi visionari. La bellezza dell’Ajax all’apice della sua forza era come la bellezza del pensiero.

Cruyff diventò l’idolo dei giovani di Amsterdam. “È il nostro John Lennon,” mi disse Keizer dopo una partita. “Chi è John Lennon?” risposi io.

Comprai mobili nuovi per il mio appartamento. Mandavo sol di a casa. A mio fratello fu negato due volte il permesso per venire a trovarmi.

La principessa d’Olanda annunciò che si sarebbe sposata con un tedesco che aveva prestato servizio nella Wehrmacht. L’intera città rimase sconvolta dalla notizia, come se fosse imminente la fine del mondo. Cruyff rilasciò diverse interviste a riguardo e partecipò a dimostrazioni di protesta. Qualcuno scioglierà Lsd nell’acquedotto?, gli chiesero i giornalisti dopo una partita contro il Feyenoord. Faranno uscire gas esilarante dall’organo della chiesa?
Lui si girò verso di me. “Tu che ne dici, Vasović?” mi chiese. Tutti i giornalisti si girarono con lui, le penne pronte a scrivere.
“No parlo,” risposi io, e mi abbassai i calzoncini per cambiarmi. Passai il giorno del matrimonio nel mio appartamento. In televisione, i Provos e gli studenti manifestavano tutti vestiti di bianco con i loro striscioni. La polizia, tutta in nero sullo sfondo, era lì che aspettava di caricarli.

Aiutami, mi scrisse mio fratello. Tuo fratello ha bisogno d’aiuto, mi scrisse mio padre. Mio fratello si era ficcato in una sorta di diatriba d’amore con un avvocato di nome Tasa, che si era poi rivelato un membro dell’Udba. Tuo fratello è fatto così, mi scrisse mio padre. Ha cornificato uno della Polizia segreta. In un bar, ubriaco, si era lasciato andare a un’invettiva contro la Jugoslavia e il suo silenzio durante l’invasione dell’Ungheria. È successo dieci anni fa, gli avevano detto i suoi amici. Non è il caso di parlarne ora. Ma mio fratello era salito su un tavolo e si era messo in piedi, nonostante il suo ginocchio. Gli immortali ungheresi! Puskás in prigione!

Riuscii a organizzare un viaggio a casa solo alla fine del campionato. Passai la notte a Belgrado e all’alba camminai fino alla stazione dei treni. La foschia galleggiava sopra i boschi e le cime dorate degli alberi. Avevo bisogno di aria pulita. Tirai su col naso come un cavallo e sentii la freschezza.

Trovai mio fratello nascosto in una cittadina non lontana dalla nostra. Alloggiava in una stanza con un fabbro bosniaco e un musulmano nullatenente che si era trasferito lì per riuscire a sopravvivere. La stanza era pulita, con due letti, una stufa a legna, un piccolo tavolo in abete e un lavandino. Un ontano ombreggiava la piccola finestra sul retro.

Il fabbro mise il tè sul fuoco per noi due e poi scomparve. Ci abbracciammo.

Tutti amavano mio fratello. Era un uomo aperto e sensibile, così bello che le donne si giravano quando passava per strada.

Mi disse di aver letto della partita contro il Liverpool. Sorridemmo e parlammo dei vecchi tempi e della stalla in cui giocavamo a pallone.
Mi chiese di aiutarlo a lasciare il Paese. Gli chiesi quale fosse la sua situazione finanziaria. Disse di non avere alcuna situazione finanziaria. I nostri genitori erano in condizioni pessime, mi confessò. Stava mettendo alla prova la loro fede nell’infallibilità del Partito. Farlo gli causava non poco dolore. Sarei riuscito a farlo uscire?
Gli dissi che ci avrei provato. Ovvio che ci avrei provato. Rimanemmo in silenzio, il tavolo in abete tra di noi. Lui scrutò la mia espressione. Era come se avessi detto: Cosa posso farci?
Avevo portato dei soldi, nascosti, insieme ad altri regali. Li accettò tutti con una sorta di apatia mista a benevola paura. Non rifiutava mai un aiuto finanziario.

Al check-in dell’aeroporto, un ufficiale mi chiese come mai non giocassi in patria. Gli risposi che stavo portando la gloria del calcio jugoslavo in Occidente. Mentre guardava le mie carte mi disse, “E tuo padre è un uomo onesto”.
“Cosa le fa pensare che io non lo sia?” gli chiesi. Si voltarono tutti verso di noi.
L’ufficiale non provò alcun imbarazzo. “Stavo parlando di tuo padre,” disse con calma, restituendomi il passaporto. “Io non so neanche chi sei, tu”.

Una volta tornato scrissi a mio fratello per raccontargli come procedevano i miei tentativi. Non ricevetti alcuna risposta. Mio padre mi scrisse circa una settimana dopo, senza menzionare la faccenda. Mi descrisse invece come si era sentito durante la Liberazione: il subbuglio dentro. L’enorme gioia che lo circondava ovunque - e lui che ci passava in mezzo, percependo solo una sorta di pesantezza.

Gli olandesi nel frattempo continuavano a tracciare linee rette nel futuro. Non gli bastava vincere; erano anche determinati a fare proseliti, a far conoscere la loro bellezza e la loro bravura a tutto il mondo. Il loro calcio era come la loro politica estera: una luce accesa su tutte le nazioni. I Provos fecero un poster con Cruyff al centro e lo slogan MEGLIO I CAPELLI LUNGHI CHE LA VISTA CORTA.

***

Mi sentivo offeso da quel poster. Lo evitavo. Evitavo Cruyff. Poi accadde che, prima di un’amichevole, il preparatore si accorse di aver finito il nastro adesivo, con noi due che eravamo ancora lì scalzi. Sparì nei meandri dello stadio per cercarne altro. Cruyff e io rimanemmo stesi su due tavoli, uno di fronte all’altro, i nostri piedi quasi a contatto.

I suoi capelli erano più lunghi che mai. Si grattò un orecchio. Sembrava che mi studiasse come se fossi un problema di scacchi di qualcun altro. Mi chiese, “Che sta succedendo nel tuo paese, Vasović?”
“Non lo so,” gli risposi alla fine, quando riuscii a parlare.
“Ci sei appena stato,” disse.
“Sì,” dissi io.
“A trovare tuo fratello,” aggiunse.
“Sì,” risposi.
“Ho sentito che aveva qualche problema,” disse.
“È stato Michels a dirtelo?” domandai.
“Non è venuto con te,” disse lui.
“È qui?” chiesi io. “Tu lo vedi?”
Si guardò intorno. Poi riprese a toccarsi l’orecchio.
“Era un grande giocatore,” commentò alla fine.
“Che c’è che non va?” mi chiese il preparatore, una volta tornato.
“È sempre così,” lo informò Cruyff.

Giocai la peggior partita della mia vita. A fine gara rimasi steso sul terreno di gioco. Qualcuno mi chiese la maglia.

Tutto diventò meno piacevole per me. Io avevo l’intelligenza calcistica, che non ha niente a che fare con l’intelligenza normale. Le cose più difficili nella vita sono le scelte, come diceva sempre il nostro allenatore. Mi ero strappato un muscolo della coscia che non voleva saperne di guarire. Correre era diventata una specie di prova del fuoco. Come diceva il Santo Patrono, il Dolore è un angelo che mostra agli uomini tesori che altrimenti sarebbero rimasti nascosti per sempre.

I miei genitori avevano smesso di scrivermi. Mio fratello aveva smesso di scrivermi. Il caso aveva voluto che alcune cose non fossero mai state dette nel loro Paese, mentre qui avevano trovato espressione. Non aveva senso stare a discutere su quale delle due strade fosse quella “giusta”. Ognuna coinvolgeva persone diverse che agivano come se fossero state internamente condizionate a farlo.

Una domenica assolata, poco dopo il Giorno della Regina, che era stato segnato da episodi di violenza e sfrenato consumo di alcol, stavo per effettuare una rimessa durante un’amichevole contro il Glasgow, quando colsi lo sguardo di una ragazza bionda con una retrusione mandibolare e le lacrime agli occhi; subito dopo mi allontanai dalla palla e non ne calciai mai più una.

Cosa aveva rievocato in me quella visione? La giovane donna con il tappeto alla finestra. Mio padre. Mio fratello. Il sovramorso di uno dei ragazzi che giocava con noi nella stalla. Chi può sentirsi libero quando i suoi cari non lo sono?

Michels provò a convincermi e a farmi ragionare per una settimana circa, poi rinunciò.
“Lascialo andare,” gli disse Cruyff, mentre assisteva al suo ultimo tentativo.

Mi trovai un lavoro nel reparto pulizie del nuovo Café Het Station, che mi sembrava fantastico e tranquillo. Gli immensi spazi desolati dell’adiacente stazione degli autobus emergevano dalla foschia ogni mattina, mentre passavo la scopa.

Una volta mi capitò perfino di scansarmi, quando una palla con cui giocavano alcuni ragazzi lì vicino rotolò nella mia direzione.

Non era forse vero che anche quando ridevamo eravamo tristi? Nell’ultima lettera che ricevetti da mio fratello, lui disse che mi stava scrivendo dalla più triste delle prigioni: il suo cuore.

Buoni pensieri, cattivi pensieri, colpi di testa perfetti, tiri al volo sbilenchi da angolature impossibili e geometrie immaginate. Vicini dall’espressione placida e birra: tutte queste cose diventano parte di una grande sfera invisibile in cui ognuno vive e sulla cui esistenza non c’è alcun dubbio. Queste sfere ci proteggono dal dolore. “Due per proteggermi, due per svegliarmi” recitava una di quelle canzoni sugli angeli che cantavamo da bambini, e la protezione da parte di queste entità invisibili era qualcosa di cui gli adulti avevano bisogno non meno dei bambini.

Quindi, scrissi ai miei genitori, un’ultima volta, non dovete pensare che io sia infelice. Cosa sono la felicità e l’infelicità? Dipende da cosa succede dentro. Io, ogni giorno, sono grato per queste sfere interiori - sono grato di averle -, grato di avere voi, e questo, tutto questo, mi rende felice.

(2012)

Il testo è liberamente disponibile in rete qui: "Vice" | Tratto da Jim Shepard, Non c'è ritorno, Roma, 66th and 2nd. 2012.