Su majestad el futbol





















Eduardo Galeano (selección y prólogo)
Su majestad el futbol

Esta antología que la editorial ARCA me ha encomendado preparar, es deliberadamente irregular. Me propuse hacer una especie de collage que incluyera variados testimonios, en prosa y en poesia, sobre el fútbol en sus diversos aspectos y proyecciones. Per eso el lector encontrará aquí reportajes, cuentos, poemas, confesiones y artículos. Los toros han tenido su Hemingway. El fútbol espera todavía al gran escritor que se lance a su rescate. Ojalá este pequeño trabajo sirva como provocación o estímulo: el desprecio y el miedo han hecho del fútbol un tema tabú casi invicto, aún no revelado en toda la posibile intensidad de las pasiones que resume y desata  (Eduardo Galeano - Montevideo, principios del 68)

1968 (prima ed.) - 2000 (seconda ed. ) | Arca (Montevideo)

Testi, fra gli altri, di Albert Camus, Mario Benedetti, Helenio Herrera, Horacio Quiroga ...


José Leandro Andrade

I ritratti di Eduardo

L'Europa non aveva mai visto un nero giocare a calcio.

Nell'olimpiade del 1924, l'uruguagio José Leandro Andrade abbagliò per le sue giocate di classe. Nella linea mediana, questo omaccione dal corpo di gomma spazzava il pallone senza toccare l'avversario e quando si lanciava all'attacco, chinando il corpo, seminava un mare di giocatori. In una delle partite attraversò mezzo campo con il pallone addormentato sulla testa. Il pubblico lo acclamava, la stampa francese lo chiamava "la meraviglia nera".

Quando il torneo terminò, Andrade rimase per un po' ancorato a Parigi. Lì divenne un errante bohémien, re dei cabaret. Le scarpe di vernice presero il posto delle calzature sbrindellate che si era portato da Montevideo, e un cappello a cilindro sostituì il suo berrettino consunto. Le cronache dell'epoca salutano l'immagine di quel sovrano delle notti di Pigalle: il passo elastico da ballerino, l'espressione sfacciata, gli occhi socchiusi che osservano sempre da lontano e uno sguardo assassino; fazzoletti di seta, giacca a righe, guanti bianchi e bastone con impugnatura d'argento.

Andrade morì a Montevideo molti anni più tardi. Gli amici avevano progettato vari festival a suo favore, ma nessuno si realizzò mai. Morì tubercolotico e nella miseria più nera.

Fu nero, sudamericano e povero, il primo idolo internazionale del calcio.

Léônidas

I ritratti di Eduardo

Aveva la stazza, la velocità e la malizia di una zanzara. Nel Mondiale del 1938, un giornalista francese del periodico Match gli contò sei gambe, e ritenne che avere tante gambe era roba da magia nera. Io non so se il giornalista francese fece caso che, oltretutto, le molte gambe di Léônidas potevano allungarsi di vari metri e si piegavano e riannodavano in modo diabolico.


Léônidas da Silva entrò in campo il giorno in cui Artur Friedenreich, ormai quarantenne, si ritirò. Ricevette lo scettro dal vecchio maestro. In poco tempo, il suo nome era già una marca di sigarette e di cioccolatini. Riceveva più lettere di un divo del cinema: le lettere gli chiedevano una foto, un autografo o un impiego pubblico.



Léônidas segnò molti gol, che non contò mai. Molti li realizzò sospeso per aria, coi piedi che giravano, a testa in giù, di spalle alla porta: era molto abile nelle acrobazie della cilena, che i brasiliani chiamano la bicicletta.

I gol di Léônidas erano così belli che anche i portieri avversari si rialzavano per congratularsi.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio