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Ricardo Zamora

I ritratti di Eduardo

Debuttò in prima divisione a sedici anni, quando portava ancora i pantaloni corti. Per giocare nello stadio dell'Español a Barcellona, si mise una maglia inglese a collo alto e un cappello duro come un casco che doveva ripararlo dal sole e dai calci. Correva l'anno 1917, e le cariche erano ancora da cavalleria. Ricardo Zamora aveva scelto un lavoro ad alto rischio. L'unico che correva più rischi del portiere era l'arbitro, allora chiamato el Nazareno, che era esposto alle vendette del pubblico negli stadi che non avevano fossato né recinto. A ogni gol si interrompeva lungamente la partita, perché la gente si riversava in campo per abbracciare o picchiare qualcuno.


Con gli stessi indumenti di quella prima volta, la figura di Zamora divenne famosa nel corso degli anni. Era il terrore degli attaccanti. Se lo guardavano negli occhi erano perduti: con Zamora in porta, lo specchio si rimpiccioliva e i pali si allontanavano fino a perdersi di vista.

Lo chiamavano el Divino. Per vent'anni fu il miglior portiere del mondo. Gli piaceva il cognac e fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e qualche sigaro.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

Yashin

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Lev Yashin chiudeva la porta senza lasciare neppure un piccolo spiraglio. Questo gigante dalle lunghe braccia di ragno, sempre vestito di nero, aveva uno stile spoglio, una eleganza nuda che disdegnava la spettacolarità dei gesti eccessivi. Era solito parare tiri fulminanti alzando solo una mano, tenaglia che afferrava e triturava qualsiasi proiettile, mentre il corpo restava immobile come una roccia. E senza muoversi, poteva anche deviare il pallone solo lanciandogli uno sguardo.

Si ritirò dal calcio molte volte, sempre inseguito dalle acclamazioni di gratitudine, e varie volte tornò. Un altro come lui non c'era. In più di un quarto di secolo, il portiere russo parò più di cento rigori e salvò chissà quanti gol già fatti. Quando gli chiesero quale fosse il suo segreto, rispose che la formula consisteva nel fumare una sigaretta per calmarsi i nervi e buttare giù un bicchiere di roba forte per tonificarsi i muscoli

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

Kopa

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Lo chiamavano il Napoleone del calcio perché era bassino e conquistatore di territori.

Con la palla al piede, però, cresceva e dominava il campo. Giocatore di grande mobilità e brillante dribbling, Raymond Kopa sgusciava verso la metà campo disegnando arabeschi sul prato. Gli allenatori si strappavano i capelli per il suo eccessivo gingillarsi col pallone e i francesi esperti di calcio erano soliti accusarli del delitto di avere uno stile sudamericano. Ma nel Mondiale del 1958, Kopa fu incluso dai giornalisti nell'undici ideale e in quello stesso anno vinse il Pallone d'oro che si assegna al miglior giocatore d'Europa.

Il calcio lo aveva strappato alla miseria. Aveva cominciato a giocare in una squadra di minatori. Figlio di emigranti polacchi, Kopa lavorò per tutta l'infanzia insieme a suo padre nelle miniere di carbone di Noeux, dove si calava tutte le notti per riemergere di pomeriggio.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

El Bocha

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Era alto 1,68 e pesava 67 chili. Aveva una testa come un campetto di paese, spelacchiata al centro, un tronco di plastilina, e due gambe di filo spinato. Chiara dimostrazione del fatto che nel calcio l'aspetto non fa l'idolo.

Giocava con il numero 10, numero che si trascina dietro il sospetto, in questo caso confermato, di avere poca voglia di faticare. Il suo piede era il destro, ma non fu mai capace di calciare con forza il pallone. Al massimo, lo spingeva. Colpire di testa, neppure, perché aveva quattro capelli e non era proprio il caso di metterli in pericolo. Ad allenarsi non è che ci andasse molto, e quando si decideva, arrivava tardi. Non abbiate fretta di giudicarlo: era un genio che usava la testa per pensare miracoli, il piede destro per realizzarli e il corpo per raccontare bugie agli avversari. Anche così, capisco che è difficile spiegare la sua grandezza a un europeo.

Era la sintesi di tutti i vizi e di tutte le qualità più caratteristiche del giocatore argentino; ha saputo condensare una filosofia popolare che privilegia la tecnica e la creatività mentre condanna il sacrificio. Una volta gli chiesero un'opinione su Johan Cruyff, e la risposta fu quasi una definizione: "Corre molto, però gioca bene". Gli parve sempre una contraddizione, oltre a una vera stravaganza, che qualcuno dotato si mettesse a sudare. Il Bocha non ne vide mai la necessità. Per quanto si sforzasse.

Ha sempre giocato per il gol, a patto che fosse un altro a prendersi la briga di segnarlo. In una partita amichevole che la nazionale argentina giocò Buenos Aires sotto la direzione tecnica di Cesar Luis Menotti, il nostro numero 10 si stancò di servire palle gol e i suoi compagni si stancarono di fallirle. Una volta rientrati negli spogliatoi, il Bocha si lamentò amaramente: "Di questo passo dovrò mettermi a segnare anch'io". E ciò avrebbe significato un tradimento, visto che Bochini buttava la palla dentro solo se non c'era altro rimedio.
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Jorge Valdano, Il sogno di Futbolandia, p. 44

Cruyff

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L'Olanda era musica, e quello che guidava la melodia di tanti suoni simultanei evitando schiamazzi e stonature, era Johann Cruyff. Direttore d'orchestra e musicista di fila, Cruyff lavorava più di tutti.

Questo elettrico magrolino era entrato nelle file dell'Ajax quando era ancora un bambino: mentre sua madre lavorava nella taverna del club, lui raccoglieva i palloni che finivano fuori, lucidava le scarpe dei giocatori, collocava le bandierine agli angoli del campo e faceva tutto quello che gli chiedevano e niente di quello che gli ordinavano. Voleva giocare ma non glielo permettevano a causa del suo fisico troppo debole e del suo carattere troppo forte. Quando glielo permisero, non smise più. Ancora ragazzo, debuttò nella nazionale olandese, giocò stupendamente, segnò un gol e fece svenire l'arbitro con un cazzotto.

Poi continuò a essere una testa calda, un lavoratore geniale. Nel giro di due decenni vinse ventidue campionati, in Olanda e in Spagna. Si ritirò a trentasette anni, dopo aver realizzato il suo ultimo gol, portato a spalle da una folla che dallo stadio lo accompagnò fino a casa

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

Eusébio

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Nacque destinato a lustrare scarpe, vendere noccioline o borseggiare la gente distratta. Da bambino lo chiamavano Ninguém (Niente, nessuno). Figlio di madre vedova, giocava a pallone coi suoi molti fratelli negli spiazzi di periferia, dalla mattina alla sera.

Fece il suo ingresso sui campi correndo come può correre solo chi fugge dalla polizia o dalla miseria che gli morde i talloni. E così, tirando e zigzagando, divenne Campione d'Europa a vent'anni. Allora lo chiamarono la Pantera.

Nel Mondiale del 1966, le sue zampate lasciarono un mucchio di avversari a terra e i suoi gol da angolazioni impossibili suscitarono ovazioni che sembravano non finire mai.

Fu un africano del Mozambico il miglior giocatore di tutta la storia del Portogallo: Eusebio, gambe lunghe, braccia cadenti, sguardo triste.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

Greaves

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In un film di cowboy sarebbe stato il piede più veloce del West. Sui campi di calcio aveva fatto cento gol prima ancora di compiere vent'anni, e quando ne aveva venticinque non era ancora stato inventato il parafulmine che potesse afferrarlo. Più che correre, esplodeva: Jimmy Greaves si scatenava così in fretta che gli arbitri lo pescavano in fuorigioco per sbaglio, perché non sapevano mai da dove venivano i suoi affondo improvvisi né i suoi tiri secchi. Lo vedevano arrivare ma non riuscivano mai a vederlo partire.

"Desidero tanto il gol", diceva, "che anche il solo desiderio mi provoca dolore".

Greaves non ebbe fortuna nel Mondiale del 1966. Non segnò neanche un gol e un attacco di itterizia lo lasciò fuori dalla finale.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

Müller

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Il tecnico del TSV di Monaco gli aveva detto: "Nel calcio non farai strada. Ti conviene dedicarti a qualche altra cosa".

A quel tempo, Gerd Müller lavorava dodici ore al giorno in una fabbrica tessile.

Undici anni dopo, nel 1974, questo giocatore, tracagnotto e con le gambe corte, divenne campione del mondo. Nessuno segnò più gol di lui nella storia del campionato tedesco e della squadra nazionale.

Lupo feroce, a malapena lo si vedeva sul campo; mascherato da nonnina, nascosti i denti e le unghie, camminava dispensando passaggetti innocenti e altre opere di carità. Nel frattempo, senza che nessuno se ne rendesse conto, scivolava verso l'area di rigore. Davanti alla porta si leccava le labbra: la rete era il pizzo di una ragazza irresistibile. E allora, improvvisamente nudo, lanciava il suo morso.

L'arbitro

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L'arbitro è arbitrario per definizione. E' lui l'abominevole tiranno che esercita la sua dittatura senza possibilità di opposizione, l'ampolloso carnefice che esercita il suo potere assoluto con gesti da melodramma. Col fischietto in bocca, l'arbitro soffia i venti della fatalità del destino e convalida o annulla i gol. Cartellino in mano, alza i colori della condanna: il giallo, che castiga il peccatore e lo obbliga al pentimento, e il rosso che lo condanna all'esilio.


I guardialinee, che aiutano ma non comandano, guardano da fuori. Solo l'arbitro entra nel campo di gioco e giustamente si fa il segno della croce al momento di entrare, appena si affaccia davanti alla folla ruggente. Il suo lavoro consiste nel farsi odiare. Unica unanimità nel calcio: tutti lo odiano. Lo fischiano sempre, non lo applaudono mai.

Nessuno corre più di lui. E' lui l'unico obbligato a correre tutto il tempo. Tutto il tempo galoppa, sfiancandosi come un cavallo, questo intruso che ansima senza sosta tra i ventidue giocatori e, come ricompensa di questo sacrificio, la folla grida chiedendo la sua testa. Dal principio alla fine di ogni partita, in un mare di sudore, l'arbitro è obbligato  a inseguire la palla bianca che va e viene tra i piedi altrui. E' evidente che gli piacerebbe giocare con lei, ma questa grazia non gli è mai stata concessa. Quando la palla, per caso, gli colpisce il corpo, tutto il pubblico rivolge un ricordo a sua madre. E senza dubbio, pur di stare lì, nel sacro spazio verde dove il pallone gira e vola, lui sopporta insulti, proteste, sassate e maledizioni.


A volte, rare volte, qualche decisione dell'arbitro coincide con la volontà del tifoso, ma neppure così riesce a provare la sua innocenza. Gli sconfitti perdono per colpa sua e i vincitori vincono malgrado lui. Alibi per tutti gli errori, spiegazione di tutte le disgrazie, i tifosi dovrebbero inventarlo se non esistesse. Quanto più lo odiano, tanto più hanno bisogno di lui.

Per più di un secolo l'arbitro ha portato il lutto. Per chi? Per se stesso. E ora lo nasconde coi colori.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

José Leandro Andrade

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L'Europa non aveva mai visto un nero giocare a calcio.

Nell'olimpiade del 1924, l'uruguagio José Leandro Andrade abbagliò per le sue giocate di classe. Nella linea mediana, questo omaccione dal corpo di gomma spazzava il pallone senza toccare l'avversario e quando si lanciava all'attacco, chinando il corpo, seminava un mare di giocatori. In una delle partite attraversò mezzo campo con il pallone addormentato sulla testa. Il pubblico lo acclamava, la stampa francese lo chiamava "la meraviglia nera".

Quando il torneo terminò, Andrade rimase per un po' ancorato a Parigi. Lì divenne un errante bohémien, re dei cabaret. Le scarpe di vernice presero il posto delle calzature sbrindellate che si era portato da Montevideo, e un cappello a cilindro sostituì il suo berrettino consunto. Le cronache dell'epoca salutano l'immagine di quel sovrano delle notti di Pigalle: il passo elastico da ballerino, l'espressione sfacciata, gli occhi socchiusi che osservano sempre da lontano e uno sguardo assassino; fazzoletti di seta, giacca a righe, guanti bianchi e bastone con impugnatura d'argento.

Andrade morì a Montevideo molti anni più tardi. Gli amici avevano progettato vari festival a suo favore, ma nessuno si realizzò mai. Morì tubercolotico e nella miseria più nera.

Fu nero, sudamericano e povero, il primo idolo internazionale del calcio.

Léônidas

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Aveva la stazza, la velocità e la malizia di una zanzara. Nel Mondiale del 1938, un giornalista francese del periodico Match gli contò sei gambe, e ritenne che avere tante gambe era roba da magia nera. Io non so se il giornalista francese fece caso che, oltretutto, le molte gambe di Léônidas potevano allungarsi di vari metri e si piegavano e riannodavano in modo diabolico.


Léônidas da Silva entrò in campo il giorno in cui Artur Friedenreich, ormai quarantenne, si ritirò. Ricevette lo scettro dal vecchio maestro. In poco tempo, il suo nome era già una marca di sigarette e di cioccolatini. Riceveva più lettere di un divo del cinema: le lettere gli chiedevano una foto, un autografo o un impiego pubblico.



Léônidas segnò molti gol, che non contò mai. Molti li realizzò sospeso per aria, coi piedi che giravano, a testa in giù, di spalle alla porta: era molto abile nelle acrobazie della cilena, che i brasiliani chiamano la bicicletta.

I gol di Léônidas erano così belli che anche i portieri avversari si rialzavano per congratularsi.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

Stanley Matthews

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Nel 1965, a cinquant'anni, Stanley Matthews provocava ancora gravi casi di allucinazione nel football inglese. Gli psichiatri non erano più sufficienti per prendersi cura delle vittime, che erano persone assolutamente normali fino al maledetto giorno in cui erano incappate in questo nonno demoniaco, che faceva impazzire i difensori.


I difensori lo afferravano per la maglia o per i pantaloncini, gli facevano prese da lotta libera o gli tiravano calci degni della cronaca nera, ma non riuscivano a fermarlo perché non riuscivano mai a tarpargli le ali. Matthews era un attaccante, che in inglese si dice winger. Wing significa ala, e Matthews fu il Winger che volò più in alto sopra la terra d'Inghilterra, ai bordi del campo.



Lo sapeva bene la regina Elisabetta, che lo nominò sir.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

Zoltán Czibor

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Tuttavia bisogna fare i conti con Czibor. Ha davvero un volto meraviglioso, il piccolo Czibor, il volto dello scrittore che avrebbe potuto lasciare un'opera importante, ma preferisce tirar tardi nei caffè, perché lì fa più caldo, gli piace stare appoggiato al bancone a chiacchierare, per poi magari, all'improvviso, lasciarsi sfuggire un'enormità che gli costerà il carcere. Ma nonostante ciò, quando leggiamo i pochi libri che quest'uomo ha lasciato, lo ritroviamo tutto. E allora viene da dirsi: è questo lo scrittore, è questo l'uomo che mi può consolare quando sono triste e ho dei dubbi sulla natura umana.

Avrò sempre davanti agli occhi Czibor che, verso la fine della partita, attraversa tutto quell'immenso stadio che viene inaugurato alla presenza di Stalin e di tutti i dignitari, riceve un passaggio da un centrocampista, e corre, corre, corre e sicuramente dice fra sé: "A forza di correre, bisognerà pure che tiri!". Avrà senz'altro esitato, ma l'ha fatto pensando: "Non posso deludere papà e mamma, e gli zii, e i vicini che stanno ascoltando la radio. Mi hanno avvertito: si rischia grosso. Ma si rischia cosa, in realtà?". E, fra lo stupore generale, questo nanerottolo - che di piede aveva il 36 - tira e segna!

A quei tempi era la radio a farci trepidare, ma le immagini di quella partita, che in seguito ho avuto modo di vedere, sono piene di emozione e di insegnamenti: una vera lezione di comportamento. 

Czibor gioisce, lascia esplodere la sua esultanza e si volta verso i compagni. I quali, allora, hanno un istante di esitazione. Di stupore. Umano, troppo umano. "Senti, Zoltan, noi ti vogliamo un gran bene, ma certe cose non si fanno". Ancora un momento: lo stadio è muto. Un momento ancora, e i compagni di squadra si precipitano a congratularsi con colui che ha rovesciato il bicchiere di palinka e sporcato di gulasch la tovaglia candida.

Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo

N.B.: la partita cui l'autore si riferisce fu disputata il 23 settembre 1956 al Lenin Central Stadium di Mosca [Cineteca]

Lamento per Riva

di Gianni Brera

Benché da tempo lo considerassi perduto per le mie emozioni di critico sportivo, la notizia del grave incidente occorso a Luigi Riva mi è discesa nell'anima a tradimento, come un'amara colata di assenzio. Istintivamente ho riudito i lamenti di Lorca ("que no me dejas veerlo") per il suo amico Ignacio riverso nell'arena. Egli stesso, con voce roca ma ferma, si è raccomandato che non ne facessimo un dramma. Era però Luis Riva l'atleta grande e famoso che aveva pudore di mostrarsi per una volta, debole come gli altri, lui che della vita ha il concetto tragico di chi ha dovuto forzare il destino.

Proprio io, tra i primi, l'avevo visto sbozzarsi a fatica da un ossuto traccagno del mio paese lombardo. Fasci di muscoli guizzavano imperiosi fuor dell'impianto rozzo e quasi greve. Non molti lo capirono e dovette emigrare. Lo fece bellissimo l'esercizio, peraltro scavandolo a vantaggio di prominenze decisamente michelangiolesche se non addirittura barocche. Nonché esaltarsi di questa nuova realtà della sua vita, egli era fatto cauto dal ricordo di troppe miserie vissute e sofferte a Leggiuno. Ancor oggi lo vedo sollevarsi da un bulicame confuso e informe di vittime predestinate alla fame e all'umiliazione. Si è ribellato come usano i romantici e gli eroi, troppo facilmente apparentati con quelli. Nel suo viso incavato erano scritti infiniti ricordi di dolore. Nessun pericolo ha mai potuto arrestarlo. Ha sempre considerato possibili le acrobazie più temerarie, tanto più temibili e pericolose in quanto più vicine all'arcigna durezza della terra.

Spiriti meschini hanno talora fraintese le sue prodezze attribuendole al caso. Altri hanno ignorato la virile bellezza dell'atleta rifugiandosi nel molle decadentismo degli esteti. Inconsciamente e no abbiamo lottato per lui in Italia con i ricordi non proprio estinti degli evirati cantori. Certo, i miaulii dei fighetti seducono più dell'urlo vibrato, non umiliano i deboli al paragone. Rombo di Tuono, io dissi un giorno per quasi incredulo entusiasmo, e trovai memoria di un re Brenno nel nostro etnos più antico. Anche Brenno, come lui, era comacino: ma Luis non era mai nato nel nostro calcio, costituiva fenomeno nuovo nuovissimo, sicché qualcuno esitava, poco riconoscente, a indicarlo quale degno erede di Silvio Piola, lui pure di sangue lombardo.

Piola era giusto di piede rozzo come il suo: ben altro però li doveva rivelare alla grandezza sportiva: innanzi tutto il coraggio, poi la potenza atletica, l'impeto generoso, la quadrata rudezza del carattere. Quel tanto di più armonioso ed equilibrato che era nel gesto di Piola diventava in re Brenno squassante potenza, irruente immagine di aggressione e fors'anche di rapina. Le frustrazioni subite nell'infanzia gli impedivano ogni forma di prepotenza morale. Nessuno più di lui era disposto a capire gli umili. Pensandoci bene, nella sua fuga in Sardegna era improrogabile voglia di riscatto, direi di evasione nel sacrificio, e quindi fatalmente nel dolore.

Parlava di calcio come di un lavoro: non si è mai consentito il piacere di chiamarlo gioco: l'edonismo non era contemplato nella sua natura di ribelle che sapeva le umiliazioni dei vinti. Forse è subito piaciuto ai sardi perché anche loro sembrano mossi da un folle e talora persino torvo eroismo fuori del tempo. I sardi vedevano in lui il campione, l'eletto che doveva riscattarli di fronte a una storia matrigna. L'hanno benvoluto e adottato prima che lo assalisse la nostalgia. Divenuto in pochi anni uno dell'isola, si è sottratto quasi del tutto ai crudeli complessi d'un'infanzia troppo a lungo umiliata nell'indigenza.

Per quanto impegnato sulla parola a essere suo biografo, ho durato fatica a capire io stesso perché non lo allettasse un ritorno in Lombardia. Gli offrivano ingenti ricchezze e ovviamente onori tifo amicizie importanti. Preferiva rifugiarsi in casa di pescatori cagliaritani. Scopriva gli agi come glieli andava offrendo la natura, ancora per poco autentica in Sardegna. Vederlo stritolare e succhiare chele di aragosta era un godimento che sapeva fors'anche di vendetta. I suoi amici sardi annuivano ridendo con i loro antichi visi di berberi. Senza saperlo, certo, si sentivano uniti dal sangue. Berberi erano anche i leponti che avevano popolato i laghi lombardi: da noi, in Italia, venivano chiamati liguri; ma tornare in Lombardia lo spaventava: troppi fantasmi sgradevoli, ancora, sotto il suo cielo.

Quando ho conosciuto Riva, ho quasi subito intuito il suo drammatico destino e puerilmente mi sono sforzato di esaltarlo nel favoloso. Re Brenno è diventato Rombo di Tuono perché l'iperbole si addiceva ai suoi prodigi di atleta. Considerando lavoro, dunque sofferenza, il gioco del calcio, mai si è lagnato del proprio dolore fisico. Due volte ha offerto quel che aveva di più necessario nel suo mestiere (per mera autoironia precisavano i suoi agiografi che aveva dato due gambe alla patria pedatoria). Ora parole grosse non vorrei dirne, esattamente come piace a lui: però non esistono nello sport altri esempi di dedizione pagata a così caro prezzo. Ed è sempre risorto obbedendo a una volontà che doveva anche dare sgomento ai troppi pusilli italiani. Non basta dire che l'aiutava l'agonismo a evadere dal suo difficile passato di privazioni. In effetti eravamo in presenza dell'eroe. Non commuovi un pastore accennando a gesti solamente vezzosi; non incanti a parole il vecchio incallito uomo di sport.

In Italia, dove tanto scarseggia, sul coraggio si preferirebbe scivolare con discrezione di comodo. Nossignori, che dobbiamo distinguere l'uomo dal piccolo barlafuso imbroglione, l'atleta che conosce il sacrificio generoso dal furbo fregnoncino capace di fingere e infinocchiare! Certi spettacoli di calcio, in Italia, rasentano il fescennino burlesco, talché si potrebbe dire che a nobilitarli sia soltanto la ferocia dei meno bravi, il loro disperato e impietoso "struggle for life". Ma quando Rombo di Tuono distendeva le sue poderose falcate, nessun gesto poteva mai scadere a parodia agonistica. La qualità del suo lavoro appariva rozza soltanto agli incompetenti. In realtà la esaltava uno slancio irresistibile, un tempo raffinatissimo, un senso dell'impatto quale pochi possedevano al mondo. Ho visto io Sivori strizzare gli occhietti furbi e consolare lo smargiasso che era in lui garantendo che con quelle botte si sarebbe squinternate le gambe: Rombo di Tuono esplodeva saette cogliendo al volo dal limite i lunghi traversoni di Domenghini e altri dall'ala: colpito in pieno collo, il pallone schiattava letteralmente fra i pali.


Incompreso da tutti che non l'avessero già visto e conosciuto in Sardegna, Rombo di Tuono perdette un mondiale che per altri portò anche vergogna. Gli invidi abatini lo ignorarono il giorno della prova decisiva per averlo forse capito fin troppo. Al ritorno da Durham s'impose per nostro totale scorno di spregiatori gabbati e resipiscenti. Come un antico eroe, ebbe finalmente l'apoteosi per fatiche non indegne (disi mi) della leggenda erculea: batte il vento Scirocco, maligno figlio di Eolo, africano di nascita, molle persuasore delle nostre secolari fiacche mediterranee: supero l'ambigua ninfa Paura, costante abitatrice dei nostri cieli; cavalco le nuvole per discenderne come un eroe (Lohengrin genannt) di miti un po' meno labili dei nostri ...

Nessuno sa la disperata impotenza dell'atleta che il mite clima delle sirene avvolge e deprime; nessuno la maledetta fifa che ti rode mentre con viso altero o distaccato compi l'innaturale e traumatica funzione del volo: se l'anima esiste, si abbotta come uno stinco percosso con la punta d'uno scarpone. Non basta: per Rombo di Tuono si trovò compiutamente italiana (anzi campione!) una terra che non lo era mai stata se non nel sacrificio cruento, nei ripetuti massacri della guerra. Gli inviti al ritorno non ebbero più eco se non nel suo dispetto di isolano per elezione. Visse giornate radiose e altre persino umilianti. Il suo destino tragico ne annullava le gioie proprio nei giorni riservati ai trionfi.

In Messico lo colse l'atroce stanchezza di anni vissuti nell'esaltazione ma soprattutto nel sacrificio. L'altura ne spossava i muscoli troppo forti. Un amore cercato per sopravvivere alle fatiche del campionato già vinto finì di intristirne gli umori. Soltanto nel finale ebbe modo di riscattarsi. E quando fu di ritorno senti magnificare altri che non ne aveva i meriti. Guarì della stanchezza e della passione di donna applicandosi con l'orgoglio del campione ormai consacrato. Perdette quota con la società che aveva preteso troppo da lui e dall'isola. Ebbe una nuova frattura. Seppe rinascere. Ebbe uno strappo nella gamba d'appoggio, la destra, quando si annunciarono i nuovi mondiali. Naufragò con gli altri e praticamente chiuse.

Tentò di rinascere un'ennesima volta e il miracolo pareva già riuscito ancora. L'ha poi stroncato il destino. "No me dejas veerlo", implorava Garcia per Ignacio riverso nel suo sangue. Io vorrei solo che degli eroi autentici non si guastasse mai il ricordo. L'uomo Riva è un serio esempio per tutti. Il giocatore chiamato Rombo di Tuono è stato rapito in cielo, come tocca agli eroi. Ne può discendere solo per prodigio: purtroppo la giovinezza, che ai prodigi dispone e prepara, ahi, giovinezza è spenta.

"Il Giorno", 3 febbraio 1976. Riproposto in "El sitt del Gioânn Brera (fu Carlo)": vedi. Anche in Storie di calcio.

Claudio Caniggia

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A un tipo come Claudio Paul Caniggia, classe 1967, nessuno presenterebbe la sorella, eppure dall'85 a oggi molti si sono presentati a lui: River Plate, Atalanta, Roma, Benfica, Boca Juniors, fino al Dundee, in Scozia, dove, ben pettinato e truccato, esercita il mestiere più antico del mondo. Tutti sedotti dal suo fantasmagorico "do di piede", la "Caniggia", in cui atletica e pelota copulano in modo forsennato. Incredibile. Gli sono sempre piaciuti i night e ogni tipo di prodotto ivi smerciato, ha una moglie esigente quanto a vita pubblica e - si dice - privata, presenta lo sviluppo toracico di una cinciallegra eppure possiede riserve di fiato alla Enzo Maiorca e uno sprint cruento.
Ala ambivalente, Claudio dà il meglio quando lo sistemano sul binario sinistro: semaforo verde, parte la "Caniggia". Trattasi di fuga rettilinea sull'out e il binario non è un modo di dire; l'uomo fa "tuu-tuu" e scheggia dritto in avanti con oscillazioni laterali impercettibili, tipo Pendolino. Dalla metà prato in su, alta velocità costante, avversario superato in tromba senza bisogno del dribbling (una volta l'ha cercato dappertutto facendo finta di averlo perso, in realtà non l'ha mai avuto), il fondocampo che si avvicina, tuu tuu, eccolo, è lì. E sulla Caniggia cala il sipario: non sono previsti cross, retropassaggi o altre frivolezze, Claudio si riavvia smarrito i lunghi capelli ossigenati da entraineuse, guarda la palla che ha tagliato il traguardo della linea bianca prima di lui, rimprovera un compagno (è un vero uomo-squadra) e si rimette in posizione, cinquanta metri dietro.
Ha segnato un gol decisivo all'Italia, Mondiali '90. Di testa. It's fatality.

Andrea Aloi, Do di piede

Armando Miranda

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Il sudamericano Miranda se non altro era un tipo di qualche interesse, perché nella migliore tradizione del tempo sapeva davvero fare una cosa sola: tirare i calci di punizione. Collocata con cura premurosa e paziente la palla nel punto sanzionato dall'arbitro, a qualsiasi distanza si trovasse dalla porta avversaria, il colossale Miranda prendeva trenta, quaranta metri di rincorsa. Era lungo, lento, a suo modo solenne: partiva impettito nel silenzio di uno stadio speranzoso acquistando pian piano la velocità di crociera di dodici chilometri all'ora. Faceva l'effetto di una vaporiera con un buco nella caldaia, ma la botta che partiva dal suo destro era effettivamente impressionante. Peccato che di solito i suoi tiri avessero la deprecabile tendenza a "estamparse" contro i pali. Molto rumore per poco. Tanto più che per il resto della partita Miranda sonnecchiava, superato in velocità da troppi palloni irraggiungibili per il suo ritmo da treno a vapore.


Edmondo Berselli, Il più mancino dei tiri

* Armando Miranda (1939-1980) giocò in Italia fra il 1962 e il 1964, vestendo le maglie di Juventus e Catania