Zoltán Czibor

Ritratti


Tuttavia bisogna fare i conti con Czibor. Ha davvero un volto meraviglioso, il piccolo Czibor, il volto dello scrittore che avrebbe potuto lasciare un'opera importante, ma preferisce tirar tardi nei caffè, perché lì fa più caldo, gli piace stare appoggiato al bancone a chiacchierare, per poi magari, all'improvviso, lasciarsi sfuggire un'enormità che gli costerà il carcere. Ma nonostante ciò, quando leggiamo i pochi libri che quest'uomo ha lasciato, lo ritroviamo tutto. E allora viene da dirsi: è questo lo scrittore, è questo l'uomo che mi può consolare quando sono triste e ho dei dubbi sulla natura umana.

Avrò sempre davanti agli occhi Czibor che, verso la fine della partita, attraversa tutto quell'immenso stadio che viene inaugurato alla presenza di Stalin e di tutti i dignitari, riceve un passaggio da un centrocampista, e corre, corre, corre e sicuramente dice fra sé: "A forza di correre, bisognerà pure che tiri!". Avrà senz'altro esitato, ma l'ha fatto pensando: "Non posso deludere papà e mamma, e gli zii, e i vicini che stanno ascoltando la radio. Mi hanno avvertito: si rischia grosso. Ma si rischia cosa, in realtà?". E, fra lo stupore generale, questo nanerottolo - che di piede aveva il 36 - tira e segna!

A quei tempi era la radio a farci trepidare, ma le immagini di quella partita, che in seguito ho avuto modo di vedere, sono piene di emozione e di insegnamenti: una vera lezione di comportamento. 

Czibor gioisce, lascia esplodere la sua esultanza e si volta verso i compagni. I quali, allora, hanno un istante di esitazione. Di stupore. Umano, troppo umano. "Senti, Zoltan, noi ti vogliamo un gran bene, ma certe cose non si fanno". Ancora un momento: lo stadio è muto. Un momento ancora, e i compagni di squadra si precipitano a congratularsi con colui che ha rovesciato il bicchiere di palinka e sporcato di gulasch la tovaglia candida.

Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo

N.B.: la partita cui l'autore si riferisce fu disputata il 23 settembre 1956 al Lenin Central Stadium di Mosca [Cineteca]

La partita soda dell’attaccante Bianciardi

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Cresciuto nella Grossetana, è poi approdato a Milano, soffrendo però il salto dalla provincia alla grande ribalta calcistica. Non sapeva “fare gruppo”, era anarchico-insofferente fino alla testardaggine, sempre fuori tempo, nessuno è mai riuscito ad accettarlo a lungo. E poi non sopportava troppe cose: i ritiri, il presidente miliardario radical-chic della squadra, il fuorigioco, le segretarie secche, i grattacieli e i supermercati. Era malvisto dai compagni perché arrivava tardi agli allenamenti e dalla dirigenza perché quando andava nella lussuosa sede della società trascinava i piedi nei corridoi, per cui finì per essere messo fuori rosa. Poi nella stagione 1962-63 l’esplosione improvvisa e la definitiva affermazione a livello nazionale, ma il successo e la popolarità non facevano per lui: “Ormai mi chiamano ovunque, posso sparare qualsiasi cavolata”.

In campo era un solista, poco portato al gioco di squadra. Un attaccante dal fisico compatto, ficcante e veloce. Palla attaccata al piede, dribblava i difensori avversari come birilli e poi faceva secco il portiere con tiri al fulmicotone. Nelle giornate di grazia era incontenibile. Allergico alla Scala del calcio, il suo vero sogno era diventare un campione della pelota basca, sport che seguiva con passione dalle tribune dello sferisterio di via Palermo.

Poi un bel giorno decise che ne aveva pieni i corbelli della vita agra del calciatore e durante il primo tempo di una partita mandò affanculo l’arbitro, i segnalinee, l’allenatore, i compagni di squadra, gli avversari, i giornalisti e i tifosi. Uscì dallo stadio e continuando a mandare affanculo tutti quelli che incontrava per la strada se ne andò a casa per uscirne solo dopo una settimana in coma etilico. Al suo funerale erano presenti solo quattro persone.
(2012)

Da Quarto a Marassi, con Bianciardi e lacrimogeni

Il posticipo: Genoa-Milan
(Serie A: Quattordicesima giornata, 4 dicembre 2011)

di Francesco Savio

Quando avevo appena gli anni per saper leggere, mio padre mi mise in mano Da Quarto a Torino
“L’ha scritto Luciano Bianciardi,” mi spiegò 
“ma adesso io torno a fare i materassi. Tu invece fai un po’ quello che vuoi.” 
Da allora, credo che non sia passata stagione senza che io ragazzo rileggessi quelle pagine, affascinato da questo scrittore di Grosseto che si guadagnava da vivere traducendo, sei ore al giorno, tutti i giorni, e che dedicava solo il fine settimana alla sua scrittura. All'epoca della breve storia della spedizione dei Mille, Luciano viveva a Milano da sei anni. Dove?

Una volta adulto, mi sono incamminato senza incertezze verso via Monterosa. Bianciardi abitava lì, ed essendo sabato, stava scrivendo cose sue. Però se l’avessi convinto a tirar fuori dal garage il suo vecchio Bibliobus, saremmo arrivati a Genova in orario per aspettare impazienti con gli altri, distesi per terra, alla foce del Bisagno e sulla scogliera di Quarto, il tenente colonnello Nino Bixio passarci a prendere con il Piemonte e il Lombardo, le due navi gentilmente prestate da Giovan Battista Fauché, direttore della società Rubattino. Ma il tempo passava, e il Generale Garibaldi si spazientiva, preoccupato che tutti quegli uomini in mare potessero dare troppo nell’occhio. Poi, da sotto il poncho una vibrazione. L’eroe dei due mondi a tastarsi dappertutto: nei pantaloni di flanella grigia, nei taschini della camicia rossa, fino a trovarlo, il suo blackberry, e sullo schermo illuminato il messaggio del Bixio: 
“Giuseppe, siamo in ritardo. Abbiamo avuto problemi a scaldare le macchine, ad avviare le ruote, ad imbarcare sul Lombardo i mille fucilacci del La Farina. Ingannate il tempo, almeno due ore.”

Meglio tornare indietro con le barche quindi, e con gli altri Cacciatori delle Alpi fare finta di niente, disperdersi e fischiettare, passeggiando sulla riva prima di sparpagliarsi dandosi appuntamento a dopo. E già che ci siamo, con Bianciardi schiacciare l’acceleratore del furgone che una volta usava per portare i libri nelle campagne toscane e andare a Marassi, dove Genoa e Milan si fronteggiano per la quattordicesima giornata di campionato.

Allo stadio tutti piangono, ma non è una brutta partita. Ci raccontano, a me e a Luciano, che il Milan ha già avuto due grandi occasioni, entrambe con Nocerino. La prima sventata con la punta del piede dall'inesauribile Marco Rossi, abile a togliere il pallone dall'orizzonte con goal del centrocampista rossonero. La seconda una gran parata di Frey. Poi, fuori dallo stadio sono partiti dei lacrimogeni, il pianto si è trasferito anche dentro, e l’intervallo ha sorpreso le due squadre sullo zero a zero. Al cinquantacinquesimo però, l’ancora commosso Kaladze falcia spudoratamente Ibrahimovic in area di rigore. Espulso, e Zlatan dal dischetto buca la rete: Genoa 0, Milan 1. E’ finita, ma come prevede il regolamento si prosegue fino al novantesimo. Robinho riesce ad alzare un pallone sopra la traversa a meno di un metro dalla riga di porta, il grottesco centravanti Pratto finalmente si smarca e calcia verso Amelia, ma il tiro termina in fallo laterale. Al settantanovesimo Nocerino fissa il risultato sul due a zero appoggiando in porta da pochi passi l’assist di Boateng.

Durante il viaggio di ritorno verso Quarto, Bianciardi borbotta e guida come uno che non ha più niente a che fare con il resto del mondo. Mentre allenta i bottoni della sua camicia rossa, riesco a chiedergli solamente in quale ruolo preferisce giocare, e se la vita era più agra ai suoi tempi, o ai miei. Luciano mi risponde: 
“Io, come al solito gioco centromediano, metodista. Oggi si dice centrocampista. Coordino, imposto, a volte concludo. Stop di ginocchio, finta di corpo al piccoletto, che ormai non ride più perché regolarmente con la palla sono io che lo dribblo, palla all'ala, che centra, testa e rete. Schema classico. Ma lo scatto non è più quello di un tempo, il fiato neanche, ogni tanto devo fermami a riprenderlo. Ora la vita è sicuramente meno agra. Non si stenta ad arrivare alla fine del mese, non si saltano più cene, ci possiamo permettere di bere un bicchiere buono. Però, se la vita oggi è meno agra, è anche molto più confusa. I valori si confondono, le persone cambiano faccia, e ci si sente male. In un modo diverso, ma forse più di prima.”

[Pubblicato su Quasi Rete in data 5 dicembre 2011, e qui riproposto con il consenso dell'autore]