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‘A Stukas, crossa ‘sta palla!

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Nato a Bologna, ma cresciuto calcisticamente in Friuli, la tradizionale fucina del calcio italiano. Il fisico asciutto e nervoso facevano di Pasolini un’ala naturale dallo scatto bruciante, tanto da meritarsi il soprannome di “Stukas” proprio per la sua velocità, ma amava molto svariare nelle altre zone del campo e trasformarsi in autentico regista della squadra. Questa sua caratteristica lo rendeva difficilmente marcabile dai terzini dell’epoca, abituati alla marcatura a uomo.

Trasferitosi a Roma, nella capitale visse le sua annate migliori, formando con Alberto Moravia una delle coppie più amate dal pubblico dell’Olimpico. Stadio che peraltro lui non amava perché troppo borghese, tanto è vero che appena poteva se ne andava a giocare sui campetti spelacchiati delle borgate romane. Solo lì in mezzo alle baracche riusciva a trovare ancora quello che per tutta la vita ha rimpianto come il calcio vero, quello di strada. Si sentiva a suo agio con quelli che chiamava “ragazzi di vita”, a molti dei quali si affezionava e che spesso poi aiutava a inserirsi nel giro del grande calcio.

Amava stupire il pubblico e la critica in campo e fuori. In un’intervista arrivò a dire: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Giocatore raffinato, ma dal carattere ombroso, fu spesso al centro delle polemiche per le sue dichiarazioni “fuori dal coro” contro il potere calcistico. Nel 1975, al termine di una delle sue frequenti trasferte notturne in periferia, trovò la morte in circostanze tragiche e mai del tutto chiarite.
(2013)

Marái e le braci del centrocampo

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Un centrocampista elegante, dotato di una tecnica sopraffina, che giocava a testa alta e sapeva come impostare la manovra. Sándor Marái era il mediano della Honved e della Aranycsapat, la “Squadra d’Oro” degli anni Cinquanta, vale a dire la grande Ungheria dei Puskas, dei Bozsik, dei Czibor e dei Kocsis. Insomma faceva parte di quell'incredibile generazione di campioni che ha incantato il mondo prima di emigrare e trovare fama e fortuna in Occidente. Anche Marai lasciò l’Ungheria per giocare prima in Svizzera e poi nel campionato italiano con la maglia azzurra del Napoli, ma, per imperscrutabili motivi, nonostante le sue indubbie qualità, non raccolse la stessa fortuna dei suoi compagni. E di lui si persero le tracce.

In realtà da allora Marai, amareggiato e disorientato, condusse un’esistenza che fu solo un lungo esilio, vivendo sempre in condizioni precarie. A un certo punto, lui che aveva calcato da protagonista i campi più prestigiosi della vecchia Europa, finì per approdare a San Diego in California per giocare nel “soccer” americano. Lì visse per lunghi anni come un pesce fuor d’acqua. Aveva un che di patetico vederlo scendere in campo con quell'aria perennemente malinconica stampata in volto e sciorinare il suo raffinato repertorio tecnico, del tutto incomprensibile per i suoi mediocri compagni di squadra, davanti a un pubblico distratto di surfisti in costume da bagno. Poi quando il grottesco superò il limite, Marai diede il triplice fischio di chiusura e uscì di scena. Per sempre.
(2013)

Capriccio rosanero: Tomasi di Lampedusa

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Una pietra miliare nella storia del calcio italiano, pur essendo una figura anomala e del tutto particolare. Intanto per le sue origini aristocratiche, inusuali in un mondo plebeo come quello del calcio, poi per la sua personalità schiva e riservata, ma soprattutto per la singolarità della sua carriera. Nato a Palermo, fece la sua comparsa sui campi di gioco solo in età molto avanzata, quando la maggior parte dei calciatori ha già appeso le scarpette al fatidico chiodo, e vestì la gloriosa casacca rosanero per un’unica leggendaria stagione.

La fine degli anni Cinquanta era un’epoca di oriundi per il calcio italiano e all’improvviso apparve questo stagionato fuoriclasse, una mezzala dall’incedere un po’ lento e classicheggiante, ma dalla tecnica sopraffina. Di lui si sapeva poco, per non dire niente. Aveva cominciato a tirare i primi calci al pallone negli infiniti corridoi del palazzo paterno di Palermo e nella grande casa di campagna di Santa Margherita Belice, dove si favoleggiava esistesse addirittura un vero campo regolamentare. In seguito, sempre per suo conto, il giovane Tomasi di Lampedusa, aveva fatto numerosi viaggi all’estero frequentando i maggiori tecnici europei dell’epoca. Poi, più che altro per un capriccio, il suo esordio allo stadio palermitano della Favorita e l’improvvisa fama.

Così come nella vita, anche in campo era taciturno, corrucciato e tendeva a isolarsi dai compagni. Scettico verso le tattiche degli allenatori, soprattutto quelle più innovative, quando giocava dava quasi l’idea di essere un osservatore più che un protagonista della partita. Ancora oggi, in un mondo conformista come quello del calcio, Tomasi di Lampedusa resta una splendida bizzarria in gran parte misteriosa perché, come ha detto suo figlio, “era certamente un uomo di segreti”.
(2013)

Conan Doyle, o come dribblare il mastino del Baskerville FC

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Scozzese, baffuto, corpulento, protagonista assoluto nella allora First Division inglese, il più vecchio campionato di calcio al mondo, e molto popolare anche all’estero nonostante a quei tempi l’Inghilterra rifiutasse ogni contatto con le altre nazionali. Dopo varie esperienze nelle serie minori approdò a Londra, prese un appartamento al 221B di Baker Street e non si mosse più.

Dietro l’aspetto pacioso nascondeva una natura eccentrica e un’intelligenza sottile. Capostipite indiscusso del cosiddetto “calcio deduttivo”, tattica che lo ha reso famoso e tuttora seguita da uno stuolo di fedelissimi seguaci sui campi di tutto il mondo. In breve, Conan Doyle si piazzava nel cerchio del centrocampo e osservava con grande attenzione ogni particolare della partita; poi quando aveva raccolto tutti gli elementi entrava in azione, partiva palla al piede e andava infallibilmente in rete, lasciando di stucco avversari e compagni. La sua forza stava nella fredda logica con cui analizzava i movimenti dei vari giocatori in campo, senza farsi distrarre dalle indicazioni degli allenatori e dalle urla dei tifosi sugli spalti.

Durante tutta la sua carriera ha sempre voluto al suo fianco il fedele Watson, un onesto faticatore del pallone senza particolari doti tecniche, ma a cui Conan Doyle non ha mai voluto rinunciare. Al termine degli incontri, indossava la sua mantellina, si metteva in testa un buffo cappellino da cacciatore a doppia visiera e se ne tornava, sempre insieme a Watson, nello studio di Baker Street, dove trascorreva il tempo libero dedicandosi ai suoi amati hobby, suonare il violino, fumare una grossa pipa ricurva e trafficare con delle strane attrezzature chimiche.
(2013)

L’inesauribile Scerbanenco

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Di padre russo e madre italiana, nato a Kiev, ma arrivato in Italia da bambino, Giorgio Scerbanenco, grande lavoratore del centrocampo, venne ribattezzato “lo Stachanov del calcio”, un po’ per le sue origini, ma soprattutto per le centinaia e centinaia di partite disputate sempre senza risparmiarsi.

Scerbanenco abbandonò prestissimo la scuola e trasferitosi da Roma a Milano, prima di diventare calciatore professionista, ha passato anni di vera miseria facendo i lavori più disparati: operaio alla Borletti, addetto al pronto soccorso della Croce Rossa, contabile in una ditta. Ogni tanto qualche intermezzo in sanatorio, ricoverato più per denutrizione che per malattia, e dove veniva curato a suon di zabaioni.

Poi finalmente l’esordio in serie A e da allora una serie infinita di partite. Giocava sempre, comunque, dovunque. Anche quando arrivò il successo e il benessere economico, Scerbanenco gli anni duri della miseria se li portava sempre addosso. Anche nel fisico. Magrissimo, allampanato, con una faccia un po’ così, a metà strada tra Totò e Marty Feldman, il comico inglese con gli occhi a palla, lui era sempre lì a correre a perdifiato su e giù per il campo con la sua figura un po’ sgraziata, la maglia perennemente fuori dai pantaloncini e i calzettoni spesso arrotolati alle caviglie.

Gli esteti del calcio hanno a lungo storto il naso di fronte al suo modo di giocare, ma i tifosi lo hanno sempre amato perché non si dava arie da artista del pallone e si considerava solo un travet del calcio. Poi, all’inizio della stagione 1968-69, quando finalmente il suo talento era stato riconosciuto da tutti, durante una partita è stramazzato al suolo fulminato da un infarto.
(2013)

La porta davanti a sé: il centrattacco Gary

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Se passate da Vilnius, in Lituania, è probabile che vi capiti di imbattervi in un monumento che raffigura un bambino che guarda verso il cielo, in uno spasmodico desiderio di grandezza e di assoluto. Il bambino ritratto in quel monumento si chiamava Romain Kacev e dopo una rocambolesca fuga attraverso mezza Europa insieme alla madre approdò a Nizza. Sognava un futuro radioso, prese la nazionalità francese, assunse il nome di Romain Gary (gari in russo significa brucia) e diventò il bomber dei “bleus”.

Un vero centravanti di sfondamento come non ce ne sono più ai giorni nostri. Aveva un modo di giocare che trascinava il pubblico. Senza troppi calcoli, partiva e si lanciava nel cuore della difesa avversaria. Forte, coraggioso, resisteva alle cariche più dure e sullo slancio molto spesso entrava in porta con il pallone. Protagonista assoluto sul campo di calcio e personaggio istrionico nella vita di tutti i giorni, Gary fu un grande cannoniere e un grande “tombeur de femmes”, tanto che quando gli chiedevano quanti goal avesse segnato in carriera e quante donne avesse avuto rispondeva allo stesso modo: “Non ho tenuto la contabilità degli zeri”.

In campo e nella vita sembrava spinto da una forza soprannaturale, da quella sete di assoluto ritratta nel bambino del monumento di Vilnius e che lo rendeva in apparenza invincibile. Invece era come quei cristalli che sembrano perfetti e indistruttibili, ma hanno un punto debole, che se toccato manda tutto in frantumi. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980 Romain Gary uscì dal suo elegante appartamento nel centro di Parigi per andare a comprare una vestaglia di seta rossa. Rientrò a casa, indossò la vestaglia e si sparò un colpo di pistola in bocca.
(2012)

Ennio Flaiano e l’ingiustizia dell’ala destra

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Abruzzese di origine, Ennio Flaiano cresce nel Pescara per poi approdare giovanissimo a Roma, che diventerà la sua vera amata-odiata città e dove si è affermato come uno dei giocatori più brillanti del calcio italiano, anche se in gran parte incompreso. Per tutta la carriera si è sentito un “fuori ruolo”.

Inconfondibile per gli occhiali e i suoi baffetti neri, si muoveva in campo con una aria seria, corrucciata e vagamente malinconica perché perennemente confinato sulla fascia destra. Un’ingiustizia tecnica a cui Flaiano reagiva con la disincantata ironia del fuoriclasse: “il peggio che può capitare a un genio è quello di essere compreso”. Il fatto è che, tratti in inganno dai suoi scatti brucianti e dai suoi guizzi fulminei, i tecnici e i giornalisti dell’epoca lo hanno scambiato sempre per un’ala, mentre in realtà lui sentiva di avere il passo e la visione di gioco del regista di centrocampo.

E l’equivoco continua. Ancora oggi viene ricordato spessissimo, in genere da chi non lo ha mai visto giocare, soprattutto come un dribblomane, mentre invece era molto di più. Vengono continuamente citate le sue finte e i doppi passi, dimenticando quelle rasoiate di quaranta metri che aprivano il gioco e tagliavano a fette le difese avversarie. Per una strana congiura, nonostante i riconoscimenti, è stato un giocatore largamente sottostimato dal mondo del calcio, che d’altra parte lui ha sempre considerato un po’ cialtrone e nel quale si sentiva come stritolato.

In una delle ultime interviste rilasciate infatti affermava: “Una volta entrati in quel giro è quasi impossibile uscirne. Ma non amavo quell’ambiente, non mi riconoscevo in quel lavoro, ho sempre avuto un senso di colpa, e non perché io presumessi di dover dire grandi cose agli uomini, ma sentivo di tradire la mia natura”.
(2012)

Rapid Roth e la leggenda del santo calciatore

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Uno degli ultimi fuoriclasse della grande scuola danubiana, sconfitta e perduta per sempre.  Cresciuto calcisticamente in un piccolo club della Galizia, è poi approdato al Rapid Vienna e alla nazionale austriaca, il leggendario “Wunderteam”. Elegante palleggiatore e con uno scatto bruciante, Joseph Roth visse stagioni magiche nella capitale austriaca. In quel periodo a Vienna si respirava un’aria incredibile e lui in campo dava spettacolo; poi appena finiva la partita via di corsa in qualche locale a mangiare wurstel e crauti fumanti serviti da bionde kellerine. Era la Felix Austria. Poi il tramonto di un’epoca, di un mondo, di un Impero e quel che è peggio della scuola danubiana. Era la Finis Austriae.

Gli anni d’oro di Roth finiscono lì. Incapace di accettare la nuova realtà, dopo un ultimo pellegrinaggio spirituale alla Cripta dei cappuccini e allo stadio del Prater, Roth cominciò a vagabondare per l’Europa, raccattando ingaggi prima a Berlino, poi in Olanda, in seguito a Nizza per approdare infine a Parigi, ultima stazione di questa sorta di via crucis calcistico-spirituale. Ma era uno sradicato. Solo a Vienna si sentiva un vero calciatore e non riusciva a sopportare la fine del calcio austriaco, di cui amava in modo spasmodico pregi e virtù, ma anche errori e difetti, mentre invece detestava con tutte le sue forze il calcio moderno basato sulla forza atletica, che lui considerava disumano.

Gli ultimi anni parigini furono un lungo e tragico tramonto. Il fisico ormai appesantito, lo sguardo appannato, il suo leggendario scatto un lontano ricordo, il grande campione si esibiva in squallidi campetti di periferia e annegava le sue infinite nostalgie nei caffè a suon di pernod. Il 23 maggio del 1939 Joseph Roth stramazzò sul terreno di gioco nel cerchio del centrocampo e morì in una crisi di delirium tremens all’ospedale dei poveri.
(2012)

La partita soda dell’attaccante Bianciardi

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Cresciuto nella Grossetana, è poi approdato a Milano, soffrendo però il salto dalla provincia alla grande ribalta calcistica. Non sapeva “fare gruppo”, era anarchico-insofferente fino alla testardaggine, sempre fuori tempo, nessuno è mai riuscito ad accettarlo a lungo. E poi non sopportava troppe cose: i ritiri, il presidente miliardario radical-chic della squadra, il fuorigioco, le segretarie secche, i grattacieli e i supermercati. Era malvisto dai compagni perché arrivava tardi agli allenamenti e dalla dirigenza perché quando andava nella lussuosa sede della società trascinava i piedi nei corridoi, per cui finì per essere messo fuori rosa. Poi nella stagione 1962-63 l’esplosione improvvisa e la definitiva affermazione a livello nazionale, ma il successo e la popolarità non facevano per lui: “Ormai mi chiamano ovunque, posso sparare qualsiasi cavolata”.

In campo era un solista, poco portato al gioco di squadra. Un attaccante dal fisico compatto, ficcante e veloce. Palla attaccata al piede, dribblava i difensori avversari come birilli e poi faceva secco il portiere con tiri al fulmicotone. Nelle giornate di grazia era incontenibile. Allergico alla Scala del calcio, il suo vero sogno era diventare un campione della pelota basca, sport che seguiva con passione dalle tribune dello sferisterio di via Palermo.

Poi un bel giorno decise che ne aveva pieni i corbelli della vita agra del calciatore e durante il primo tempo di una partita mandò affanculo l’arbitro, i segnalinee, l’allenatore, i compagni di squadra, gli avversari, i giornalisti e i tifosi. Uscì dallo stadio e continuando a mandare affanculo tutti quelli che incontrava per la strada se ne andò a casa per uscirne solo dopo una settimana in coma etilico. Al suo funerale erano presenti solo quattro persone.
(2012)

Funny Football Wodehouse!

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Divertimento allo stato puro. Non c’è altro modo di definire il calcio di Pelham Grenville Wodehouse. Quando scendeva in campo non gli interessava vincere o segnare, voleva solo divertirsi e divertire il pubblico.

Nato a Guilford, è stato il prodotto più funambolico del calcio inglese. Metodo, sistema, schemi, moduli di gioco sono tutti concetti che gli sono sempre rimasti estranei. Lui si affidava solo alla sua prodigiosa fantasia calcistica. Di tutto il resto se ne infischiava. Popolarissimo fin dagli esordi e inconfondibile per il suo cranio pelato che gli valse il soprannome di “plum”, prugna in inglese,

Wodehouse tanto era estroso in campo quanto grigio e noioso al di fuori del rettangolo verde. Sposato giovanissimo con una ragazza grigia e noiosa quanto lui, passava il tempo libero a escogitare nuovi numeri da esibire in campo. Per tutta la sua lunghissima carriera Wodehouse ha continuato imperterrito a sfoggiare uno stile di gioco personalissimo e pirotecnico, fregandosene altamente della sopracciliosa critica sportiva che lo snobbava; poi, immancabilmente, appena l’arbitro fischiava la fine della partita, l’impeccabile Jeeves scivolava silenzioso a bordo campo e gli portava “la buona vecchia tazza di the, non troppo calda, non troppo dolce, non troppo forte, senza troppo latte e nemmeno una goccia versata sul piattino”.

Guardando al suo modo di giocare viene da pensare che fosse afflitto da una sorta di disfunzione genetica che gli impediva di prendere sul serio il gioco del calcio. Caratteristica che lo mise in urto con i mammut della Federazione inglese e gli costò un lungo esilio dalla nazionale inglese. Solo a fine carriera l’intervento personale della regina Elisabetta gli permise di indossare la leggendaria maglia bianca al vecchio Empire Stadium di Wembley. A quel punto Wodehouse dichiarò alla stampa che non aveva nient’altro da chiedere alla vita e infatti dopo poche settimane morì in piena serenità.
(2012)

Quel rissoso, irascibile, carissimo Leo Longanesi

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Motorino del centrocampo, romagnolo, anticonformista, irascibile, rissoso, dispotico, ma geniale. Un’autentica fucina di idee. Inesauribile in campo ed eclettico al di fuori del rettangolo di gioco. Un talento smisurato rinchiuso in un fisico da fantino.

Sapeva fare tutto, tanto è vero che delle squadre in cui ha giocato di solito era anche allenatore, presidente, general manager, medico e massaggiatore. È stato al tempo stesso un grande innovatore nel mondo del calcio, fu lui il primo a introdurre i moderni metodi di allenamento e tante nuove tattiche di gioco, ma anche un incallito tradizionalista, non a caso sognava di tornare al calcio di fine Ottocento, quello che si giocava sulle aie di campagna.

Insofferente al titic e titoc e agli inutili fraseggi a centrocampo, si muoveva solo a scatti, brucianti, fulminei. Era veloce con i piedi, ma soprattutto con la testa. Dopo cinque minuti capiva subito come sarebbe andata a finire la partita. Amava i giovani ed era anche un formidabile talent scout. Gli bastava vedere giocare un ragazzo pochi minuti per capire se aveva la stoffa per diventare un campione.

Nemico di ogni credo calcistico, cambiava squadra molto spesso, e ogni volta dopo un breve, intenso, innamoramento iniziale finiva per litigare con tutti. Un carattere difficile, un uomo complesso e complessato, per molti versi la contraddizione fatta persona, tanto da sognare, lui alto un metro e cinquanta e anticomunista viscerale, di diventare un giorno allenatore della nazionale di basket femminile dell’Unione Sovietica.
(2012)

Robert Walser, passeggiate a centrocampo

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Fuoriclasse svizzero dallo stile unico e inimitabile. Un talento immenso in gran parte inespresso, e dunque misconosciuto, dentro una carriera deficitaria. Il tutto per scelta dello stesso Walser.

Giocatore molto difficile da inquadrare, era convinto che solo mimetizzandosi in un ruolo da riserva fosse possibile esprimere le proprie qualità tecniche. Abilissimo a nascondersi tra le maglie degli avversari, come Mariolino Corso soffriva il caldo e prediligeva le zone del campo in ombra. Non amava mettersi in mostra e sosteneva che un vero fuoriclasse deve far credere di non essere neanche sceso in campo. In apparenza svagato e indolente, fu a lungo preso di mira per quelle che i critici definivano le sue “passeggiate” in campo. In realtà era attentissimo anche ai quei minimi particolari del gioco che sfuggivano agli altri.

Per tutta la carriera militò in squadre minori del campionato svizzero. Anche per questo non venne mai convocato nella nazionale rossocrociata, cosa di cui peraltro lui fu sempre grato ai tecnici elvetici. Non per niente, in una delle rare interviste concesse, aveva definito come sua massima aspirazione quella di diventare uno zero assoluto e anche per questo scelse di giocare sempre con il numero zero sulla maglia.

Al pari di Boniperti, ha abbandonato l’attività agonistica ancora giovane e non ha mai più messo le scarpette da calcio neanche per un amichevole. Una volta ritiratosi, andò a vivere tra le montagne del cantone Appenzell in una clinica per malattie nervose dove passava le giornate a piegare sacchetti di carta. Il giorno di Natale del 1956 venne ritrovato morto in un pendio coperto di neve. Giaceva disteso con la testa un po’ piegata, la bocca aperta e sul volto aveva un’espressione che assomigliava a un lieve sorriso.
(2012)

Bassani, libero e ferrarese

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Nato a Ferrara. Bandiera della Spal e recordman di presenze in maglia bianco-celeste. Ha cominciato a giocare nei pulcini, per poi percorrere tutta la trafila del settore giovanile fino ad arrivare in prima squadra e diventare il giocatore simbolo della squadra estense. Aveva anche ottime doti come tennista e rimase a lungo incerto prima di optare per la carriera di calciatore.

Ha sempre giocato nel ruolo di libero. Tecnicamente completo, è stato uno dei primi difensori dai piedi buoni del calcio italiano, dal tocco di palla vellutato e dalla nitida visione di gioco. Leggerezza e naturalezza sono le doti che ne hanno fatto un grande del calcio. In campo si muoveva da leader: giocava a testa alta, non urlava, ma come un direttore d’orchestra dava indicazioni ai compagni con ampi gesti delle braccia. Anche per questo veniva chiamato “il Beckenbauer della Bassa”.

Come “kaiser Franz” nei momenti di difficoltà sapeva prendere per mano la squadra e guidare i compagni, che vedevano in lui il naturale punto di riferimento. Dotato di carisma naturale e di un aplomb anglosassone, come per Liedholm di lui si diceva che uscisse dal campo con i pantaloncini immacolati anche dai terreni più fangosi. Un leader anche fuori dal campo.

Alla vigilia delle grandi partite per trovare la giusta concentrazione e rafforzare il gruppo era solito condurre i compagni di squadra in lunghe camminate sotto i portici di Ferrara e poi verso il cimitero ebraico della città. Protagonista in campo, ma anche sulle pagine dei rotocalchi dell’epoca per la sua lunga “liaison” con l’affascinate tennista sua concittadina Micol Finzi-Contini.
(2012)

Céline, il senzaruolo

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

L’”enfant terrible” del calcio francese. Individualista, ribelle, irascibile, razzistoide, ingestibile dentro e fuori dal campo. Per Louis-Ferdinand Céline il calcio, così come la vita, era solo un gran merdaio, per cui giocava contro tutto e contro tutti; non aveva compagni di squadra, ma solo avversari. Non c’è partita in cui non sia stato espulso e ha un record imbattibile di giornate di squalifica.

Attaccabrighe per natura, estroso come giocatore e bizzarro come uomo, era una via di mezzo tra George Best, Gigi Meroni ed Eric Cantona. Calcisticamente parlando, un rivoluzionario che ha letteralmente inventato un nuovo modo di giocare, difficile da capire per molti, ma per ogni appassionato di calcio degno di questo nome esiste un prima e un dopo Céline. Quando aveva la palla tra i piedi era un fiume in piena, torrenziale, devastante. Un senza ruolo perché giocava in tutti i ruoli. O forse in nessuno.

Nella vita di tutti i giorni aborriva le luci della ribalta e amava frequentare i perdenti e i derelitti nei bassifondi più miserabili della città, tanto da essere soprannominato il “campione dei poveri”. Dopo una serie infinita di bravate, gestacci e liti furibonde, venne radiato dal campionato francese per continui e reiterati insulti di stampo razzista. E così si ritrovò a giocare in Danimarca.

Una volta graziato, tornò in Francia e si accasò in una piccola squadra della banlieu parigina dove concluse la carriera scendendo in campo con un foulard al collo, un paio di vecchi pantaloncini tenuti su da una corda, logore maglie consunte infilate una sull’altra e un pappagallo sulla spalla.
(2012)

Dino Buzzati, interno fantastico

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Centrocampista atipico, per natura rifuggiva dalle giocate spettacolari, ma era capace di “inventare” calcio come pochi. Giocatore lineare e schematico, a prima vista dava l’idea di essere solo un ragioniere del centrocampo, ma all’improvviso tirava fuori dal cilindro magici e fantastici assist, il più delle volte non capiti dai compagni.

Approdato giovanissimo nella grande squadra nella quale poi ha svolto tutta la sua carriera, era stimato per la serietà professionale e per la esemplare correttezza in campo, ma poco amato per il suo carattere riservato. Proprio per quella sua aria ingenua e disarmata qualcuno lo aveva addirittura soprannominato “cretinetti”, ma chi se ne intendeva di calcio lo ha sempre paragonato, forse anche troppo, al leggendario Franz Kafka del Dukla Praga per il fisico asciutto e la illuminante visione di gioco. Dotato di un’eleganza naturale nei movimenti, quando calciava era capace di dare al pallone effetti straordinari, e per molti versi misteriosi.

Era inconfondibile anche per il vezzo di giocare indossando sempre una cravatta nera. Come ogni vero fuoriclasse, Buzzati aveva un’idea romantica del calcio e pensava che una partita non avesse mai fine. Forse anche per questo al triplice fischio finale dell’arbitro aveva l’abitudine di restare in campo, aspettare che spegnessero tutte le luci e scrutare l’orizzonte in attesa di non si sa bene che cosa. Amava molto i ritiri precampionato sulle Dolomiti e durante la stagione era solito andare ad allenarsi, da solo o in compagnia di qualche giovane tifosa, al cimitero Monumentale di Milano.
(2012)

Fernando Pessoa, un’immarcabile moltitudine

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Portoghese, è unanimemente considerato il re dello smarcamento per la sua capacità di essere sfuggente, imprendibile, immarcabile per gli avversari. Winston Churchill quando lo vide giocare a Wembley nella nazionale portoghese lo definì "un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma".

Per tutta la carriera ha giocato a Lisbona, ma era talmente abile nel mimetizzarsi in campo che nessuno è mai riuscito a capire se militasse nelle fila del Benfica o dello Sporting. Poco atletico, con un fisico da abatino, era però capace di scombussolare i piani delle squadre avversarie perché non sapevi mai in quale ruolo sarebbe sceso in campo.

A volte cominciava la partita nelle vesti di un centravanti di manovra, per poi trasformarsi in una mezzala di raccordo; nel secondo tempo poi rientrava e si schierava in difesa come roccioso terzino, per poi finire l’incontro nelle vesti di guizzante ala destra. Da qui l’impossibilità di inquadrarlo dal punto di vista tecnico e tattico.

Per le sue molteplici identità di giocatore, Gianni Brera, che ne apprezzava le doti tecniche ma ne lamentava lo scarso nerbo atletico, lo aveva ribattezzato "uno, nessuno e centomila". Un vero e proprio enigma calcistico per tutti i tecnici e i giornalisti che si ritrovavano spiazzati di fronte a questo fuoriclasse. Schivo e riservato, non concedeva interviste e raramente usciva dal quartiere di Lisbona in cui viveva.

Secondo gli almanacchi ufficiali ha abbandonato l’attività agonistica da molto tempo, ma c’è chi giura di averlo visto nella stagione in corso giocare tre partite contemporaneamente con tre maglie diverse.

(2012)

Alberto Moravia: “er Garincha de noantri”

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Prodotto del vivaio romano, soprannominato dai tifosi capitolini “er Garincha de noantri” per la leggera zoppia, eredità di una grave malattia che lo aveva colpito da ragazzo e che lo accomunava alla grande asso brasiliano. Oggi semidimenticato, per moltissimi anni è stato il centravanti per eccellenza del calcio italiano vincendo ripetutamente la classifica cannonieri del campionato.

Forte di testa e padrone dei fondamentali tecnici, si impose alla ribalta giovanissimo. Vederlo giocare era un piacere. Quando entrava in area di rigore accorciava il passo e aspettava che il portiere gli uscisse incontro per metterlo a sedere con una finta; a porta vuota si concedeva il lusso di un’esitazione finale, un po’ come il torero al centro dell’arena prima di matare il toro. A quel punto piazzava la palla in rete e correva verso le tribune colme di folla urlante per raccogliere l’applauso, un’autentica droga per lui, consapevole di quanto l’”indifferenza” e la “noia” siano l’essenza del gioco del calcio. Un talento purissimo, poi però in parte disperso a causa dell’eccesso di partite disputate e oscurato nel corso degli anni delle troppe chiacchiere a vanvera e di inutili tourneè in Africa.

Anche negli ultimi anni di carriera non rinunciava mai a indossare qualcosa di rosso quando scendeva in campo. Popolarissimo, amava andare al cinema nel primo pomeriggio accompagnato dalla sua “corte”, uno stuolo di tifosi personali pronti a fare sì con la testa a ogni sua banalità.

(2012)

Il funambolo Bohumil Hrabal

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Fantasista boemo dotato di grande estro e improvvisazione. Il suo modo di giocare rifuggiva dagli schemi fissi e puntava tutto sulla creatività con una vena di follia. Era un “driblomane”, ma anche quel che si dice uno che “inventava calcio” e mai espressione fu più appropriata per definire un giocatore.

Formatosi calcisticamente in strada su campetti improvvisati tra baracconi da fiera, conservò uno spiccato tratto naif anche quando diventò un professionista. Nato a Brno, ma praghese di adozione, Hrabal era un difensore che non difendeva, un attaccante che non segnava, un centrocampista che non ragionava eppure è stato un grande giocatore. Entrava in campo con quella sua aria di eterno bambino e dava sfogo alla sua fantasia, sciorinando tutta una serie di funambolismi che lasciava gli spettatori, e spesso anche gli avversari, a bocca aperta. Poi, appena l’arbitro fischiava la fine, correva in una delle tante birrerie di Praga a raccontare ai suoi amici come era andata la partita; il tutto tra oniriche bevute.

Nonostante abbia attraversato un’epoca cupa e piena di orrori, tra nazismo e stalinismo, Hrabal sembrava toccato da una grazia sublime riservata a pochi altri calciatori: riportare il calcio alla sua essenza più vera, quella del gioco e del divertimento.
(2012)

Il centromediano Carlo Emilio Gadda

Boccaccio era il portiere
di Silvano Calzini

Centromediano metodista arretrato di impostazione classica. Laureato al Politecnico di Milano e per questo soprannominato l'“ingegnere”, al tempo era uno dei tre laureati del calcio italiano insieme ad Annibale Frossi, il “dottor sottile” e Fulvio Bernardini, il “dottor pedata”.

Ruminatore di calcio dalla tecnica sopraffina, ma di una lentezza a volte esasperante. Praticamente giocava in un metro quadrato. Il fisico precocemente pingue in questo non lo aiutava. Ai suoi esordi gli sguardi severi della madre dalla tribuna hanno condizionato per sempre la sua evoluzione di giocatore e hanno fatto di Gadda un eccentrico pachiderma prestato al calcio.

Entrava in campo malmostoso, si piazzava al centro della difesa e non si muoveva più. In tutta la sua lunga carriera non ha mai superato la linea mediana del campo. Le rare volte che si avventurava fuori dalla propria area di rigore guardava circospetto i compagni di squadra chiedendo a tutti “rischierò qualcosa?”. Sulle fasce laterali poi non andava mai, terrorizzato dalle bandierine del calcio d’angolo verso le quali nutriva un’autentica fobia.

Quando però entrava in possesso del pallone sciorinava tutta una serie di preziosismi di scuola sudamericana, sfoggiando tocchi, tocchetti, finte, controfinte, doppi e tripli passi, effetti strani e ghirigori da autentico virtuoso che ubriacavano gli avversari.

Professionista esemplare, rifuggiva come la peste la compagnia femminile e durante i festeggiamenti per qualche vittoria della squadra se ne stava seduto in disparte.

Formatosi calcisticamente in Lombardia, ha concluso la carriera a Roma dalle parti di via Merulana.

(2012)