El Bocha

Ritratti
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Era alto 1,68 e pesava 67 chili. Aveva una testa come un campetto di paese, spelacchiata al centro, un tronco di plastilina, e due gambe di filo spinato. Chiara dimostrazione del fatto che nel calcio l'aspetto non fa l'idolo.

Giocava con il numero 10, numero che si trascina dietro il sospetto, in questo caso confermato, di avere poca voglia di faticare. Il suo piede era il destro, ma non fu mai capace di calciare con forza il pallone. Al massimo, lo spingeva. Colpire di testa, neppure, perché aveva quattro capelli e non era proprio il caso di metterli in pericolo. Ad allenarsi non è che ci andasse molto, e quando si decideva, arrivava tardi. Non abbiate fretta di giudicarlo: era un genio che usava la testa per pensare miracoli, il piede destro per realizzarli e il corpo per raccontare bugie agli avversari. Anche così, capisco che è difficile spiegare la sua grandezza a un europeo.

Era la sintesi di tutti i vizi e di tutte le qualità più caratteristiche del giocatore argentino; ha saputo condensare una filosofia popolare che privilegia la tecnica e la creatività mentre condanna il sacrificio. Una volta gli chiesero un'opinione su Johan Cruyff, e la risposta fu quasi una definizione: "Corre molto, però gioca bene". Gli parve sempre una contraddizione, oltre a una vera stravaganza, che qualcuno dotato si mettesse a sudare. Il Bocha non ne vide mai la necessità. Per quanto si sforzasse.

Ha sempre giocato per il gol, a patto che fosse un altro a prendersi la briga di segnarlo. In una partita amichevole che la nazionale argentina giocò Buenos Aires sotto la direzione tecnica di Cesar Luis Menotti, il nostro numero 10 si stancò di servire palle gol e i suoi compagni si stancarono di fallirle. Una volta rientrati negli spogliatoi, il Bocha si lamentò amaramente: "Di questo passo dovrò mettermi a segnare anch'io". E ciò avrebbe significato un tradimento, visto che Bochini buttava la palla dentro solo se non c'era altro rimedio.
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Jorge Valdano, Il sogno di Futbolandia, p. 44

Raimundo Orsi


Raimundo Orsi

Se fuma il bastimento,
se il naviglio salpa
da Mar del Plata
e i passaporti a vista
pare "segnalino" altri
Sacco e Vanzetti, rauchi
i gendarmi sulle navi
sospettano a oltranza.

Da tutto ciò si salva
Mumo Orsi, e il suo
è un viaggio in cartolina
Delicato e bello è Orsi
- chioma alla Ghigo -
timido e veloce, juventino
e azzurro

"Se potessi avere,
mille lire al mese,
senza esagerare
sarei certo di trovare
tutta la felicità ..."

E' la vita tua dorata
a sollecitar questa canzone
spensierata

Io son Totto, l'otto re di Roma

Roma, 11 settembre 2016


Al termine del primo tempo, la Roma è in svantaggio di un gol sulla Sampdoria, e sulla capitale si scatena Giove Pluvio. Qui la ricostruzione dell'intenso dibattere che, nel lunghissimo intervallo, vide affrontarsi Francesco Totti e Luciano Spalletti.





FT = Francesco Totti, capitaneo di Roma
LS = Luciano Spalletti, condottiero giallorosso
JP = Jacomo Pallotta, mercante delle Indie

(La pugna tra Romani e Doriani è giunta alla metà del tempo)

FT: Deh, segnor mio, fammi giuocar!
LS: V’è un tempo per la pugna e un tempo per la panca.
FT: Or tu forse non vedi li compagni miei moversi pel campo come liocorni zoppi? Li Dorian ne stan facendo strame. Ita a l’inferno è la speme di più vincer.
LS: I consigli, gli stratagemi, gli artifizi miei ignori, o Totto capitaneo.
FT: La disfatta progetti, Spalletto incantator!
LS: Tu se’ un venerabil vecchio, antico cavalliero giunto al fin delle battaglie: io ben t’escuso l’ardire del parlar.
FT: Io son Totto, l’otto re di Roma.
LS: L’ottavo…
FT: Sì, lottai e vinsi, con la mazza e con lo stocco; li inimici schiantai per ogni plaga, gloria ed onor ovunque conquistai. Lo popolo romano grida tutto dì lo nome mio a gran voce, e voce di popolo, ognun il sa, è voce di Domeniddio sempiterno signore che talenti mi diede sovrumani nell’arte della sfera.
LS: L’arte è longa, ma la vita è breve.
FT: Naingolano dunque preferisci?
LS: Egli è crudo, acerbo e insano: m’è utile alla mischia.
FT: E anco que’ duo felloni, anco lor mi stanno innanzi: li perfidi saracin, dico, El Sciaraui e Macometto Salah.
LS: I pagani non temono la morte, né ferute o sfibramento di garretti.
FT: Sciogli il laccio, orsù! Rendimi al terren di giuoco: pace non ho, né triegua.
LS: Le giovenili membra or m’abbisognan, non l’inclita virtù perduta dell’anzian campione.
FT: Ah, avversi fati!
LS: Al bando sei, Totto, e non te ne rencresca.
FT: O che qui morto ho da restare, o ch’io in campo ho da tornar.
LS: Omo sii: cessa il lamentevol pianto.
FT: Sciagure incombono su di noi, il cielo annera, l’ira divina tempesta scatena sull’orgoglio tuo. Vedi i tuoni, odi le saette!
LS: Negromanzie! Superstizion! Sinestesie!
FT: Sdegno celeste invero il chiamo…
LS: Ah! Ma chi vedo di laggiù? Pallotta lo mercante, procacciator de la pecunia nostra.
JP: Spalletto, che fai? Totto fuori? E che mai? Totto la gente ama e idolatra, di lui compra l’armatura col numero X. Io voglio bisìni, merciandare, io non tengo fruttistendo, conto moneta, non posso campar coi frutti. Se perdiamo colpa darem a Totto, se vinciam è grande il gruppo, tu il primo. Deh, non tardar più oltre.
LS: Ah, il maledetto fiorino…
FT: All’armi! Vittoria!
LS: Cedo al vil danaro. Teco sia però lo Slavo Geko: e che Iddio ci guardi.

Mirko Volpi
Il campionato furiosoper "Il Foglio", 13 settembre 2016
Riprodotto su autorizzazione dell'autore